Dispacci Mattia Faraoni vs Attila Gyen scattisportivi.com

Pubblicato il 8 marzo 2016 | da Matteo Picconi

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Faraoni, peso massimo made in Roma…70

Alla scoperta del pugile-karateka “romasettantino”. Sabato 12 il suo terzo match da professionista contro Francesco Cataldo

Boxe, K1, vita di quartiere. È all’ombra del centro commerciale I Granai che incontriamo Mattia Faraoni, il pugile della Team Boxe, nato e cresciuto tra via del Tintoretto e Grotta Perfetta. Classe ’91, una discreta esperienza maturata tra i dilettanti, il peso massimo ripercorre la strada che lo ha portato fino al professionismo. Lo fa partendo dalle sue origini, da Roma 70, un quartiere contrassegnato da un forte “grigiore sociale”, dove spazi di aggregazione e impianti sportivi sono pressoché inesistenti e che solo ora sta sperimentando nuove forme di partecipazione tra i più giovani. «Sono un “romasettantino” e Roma 70 l’ho vissuta un po’ come tutti, tra un muretto e l’altro, sul campo di Piero, tra serate passate a chiacchierare. Certo, qui non siamo ai Parioli, si fa vita di quartiere ma anche in questo sta la mia forza. Proprio come in una borgata ognuno si ritaglia un proprio “ruolo”: c’è il fornaio, c’è il giornalaio… io qua sono lo sportivo, il pugile, il combattente. Mi fa molto onore essere riconosciuto per quello che mi piace fare. E non si tratta solo di rispetto, negli ultimi tempi in molti si sono interessati alla mia vicenda sportiva e questo può solo che rendermi orgoglioso».

Mattia Faraoni vs Attila Gyen 2 scattisportivi.comHa disputato 55 incontri da dilettante, ha vinto il guanto d’oro e i campionati italiani universitari nel 2013, i campionati italiani assoluti nel 2014. Eppure il peso massimo Faraoni (in alto e a destra, foto di scattisportivi.com) non nasce nel segno della boxe. «A sette anni iniziai a praticare il karate tradizionale, semi contact, e così fino ai quattordici anni. A quel punto sentii la necessità di praticare un qualcosa che avesse più contatto fisico e iniziai a frequentare i corsi serali di shinseikai karate della Team Boxe alla Montagnola sotto la guida di Filippo Calà. Dopo i primi match di kick boxing a quindici anni, spinto dal mio maestro e da mio padre, scelsi di rivolgermi ai maestri Mattioli e Ascani per migliorare di boxe. Da lì fui catturato dal mondo del pugilato e non l’ho più abbandonato». Faraoni non ha abbandonato neanche il mondo delle arti marziali. Da quattro anni in forza alla Invictus, sotto la preziosa guida del maestro Riccardo Lecca, il combattente di Roma 70 ha continuato a togliersi importanti soddisfazioni: due titoli nazionali, due medaglie di bronzo, una ai mondiali in Brasile nel 2013, l’altra agli europei in Spagna nel 2014. La sua sfida è quella di tenere in piedi le due carriere da professionista, nel K1 e nella boxe; una scelta difficile ma non impossibile. «Ormai sono dieci anni che pratico tutte e due le discipline e, senza peccare di presunzione, penso di avere molta voce in capitolo rispetto a chi segue un unico percorso. Sicuramente portare avanti due attività è molto più faticoso e complesso, soprattutto per quanto riguarda la gestione e la programmazione del lavoro, la preparazione agli incontri. In molti hanno criticato la mia scelta, alla fine si sono rassegnati tutti quanti. Fino ad ora la mia soddisfazione più grande è stata quella di aver conquistato, nello stesso anno, il titolo nazionale sia nel K1 che nella boxe. Non devo pormi limiti prima ancora di arrivare».

Negli ultimi mesi la boxe romana e nazionale sta nuovamente suscitando l’attenzione dei media e del pubblico sportivo: un’occasione per rivalutare appieno i valori di questo sport, troppo spesso tacciato come violento, chiuso, troppo spesso minimizzato dai soliti luoghi comuni. «Per quanto mi riguarda credo che si debba uscire dallo stereotipo del pugile violento che si sfoga sul ring. Chiudo sempre la questione rispondendo che non rivendico nulla e che non devo dimostrare niente a nessuno. La boxe comporta dei limiti incredibili nel quotidiano, man mano che sale il livello aumentano i sacrifici. Da questo punto di vista è uno sport maledetto: se sei sotto preparazione e hai dormito un’ora di meno, hai mangiato pesante, hai ecceduto in qualcosa, lo paghi, la boxe ti fa pagare sempre tutto. È una lezione di vita continua». Non poteva mancare il giusto riconoscimento di Mattia Faraoni ai maestri della Team Boxe Italo Mattioli e Luigi Ascani, incontrati dieci anni fa nella palestra di viale Pico della Mirandola. «Italo e Gigi sono i due pilastri e punti di riferimento fondamentali per tutti i ragazzi della palestra. Credo che il loro ruolo si esplica, prima ancora che come maestri di boxe, come maestri di vita. Un pugile che si trova sotto preparazione deve imparare a gestire tante situazioni emotive fortissime, ognuna delle quali potrebbe sconvolgere la vita di una persona. Ansia da prestazione, stress fisici e psicologici, infortuni. Avere delle persone che in qualsiasi momento ti fanno riposare la mente, non ti fanno mai sentire solo, che lavorano sulla testa prima che sul fisico, è a dir poco fondamentale. Immaginatevi di fare questo lavoro con più di trenta agonisti, che vanno dai quattordici ai trentadue anni, ognuno con la propria testa, le sue problematiche. Ci sono maestri altrettanto bravi tecnicamente ma carenti sotto questo aspetto. Detto ciò, Italo e Gigi sono due maestri eccezionali anche sul piano più pratico, impostano gli atleti in maniera impeccabile, difficilmente troverete dei loro pugili “sbraccioni” o scarsi tecnicamente. Questo per quanto riguarda la boxe, ma potrei dire lo stesso per il mio maestro Riccardo Lecca, una figura fondamentale nel mio percorso parallelo del K1».

faraoni vs cataldoSabato 12 al Palaboxe di via Vertumno sarà la serata di Mirco Ricci, uno dei pugili più forti del panorama romano nazionale, che si contenderà il titolo dell’Unione Europea contro Demcenko (differita RAI Sport ore 22.30). Nel sottoclou il pugile di Roma 70 incontrerà l’esperto Francesco Cataldo, trentacinque anni, più di 60 incontri da dilettante, tre da professionista. Dopo il successo per KO all’esordio contro Attila Gyen e l’agevole vittoria contro Elidon Gaba nell’ottobre scorso, per Faraoni il match di sabato si può considerare il primo vero banco di prova da professionista. «Pugilisticamente parlando è il primo match sulle sei riprese contro un avversario molto valido. È stato fermo per molto tempo ma è forte, entrambi siamo affamati di vittoria. Va detto che si tratta praticamente di un derby: anche lui è nato vicino Roma ed ha tanta gente al seguito. Per quanto riguarda l’emozione, ci sono molte aspettative su di me, ma questo non rappresenta un problema, anzi, combattere a Roma, davanti alla mia famiglia, agli amici, è un motivo in più per vincere».

Dopo la straordinaria vittoria di Giovanni De Carolis in Germania sembra essersi mosso qualcosa intorno alla boxe, non solo dal lato dell’informazione. La domanda sorge spontanea, ovvero se si tratti di un vero interesse ad investire in questo sport anche in Italia o siano soltanto momentanee manovre strumentali all’attuale campagna elettorale. «Colgo l’occasione per rifare i complimenti a Giovanni. Sono dieci anni che mi ci alleno insieme, è un ragazzo d’oro esattamente come lo vedete, sia sul ring che, soprattutto, fuori. Ho sempre fatto il tifo per lui, ci sono vecchie interviste post match fatte dalla RAI in cui risposi che i miei pugili preferiti erano De Carolis e Mohammed Alì. Questo quando Giovanni ancora non brillava come adesso. Per quanto riguarda la rinascita di questo interesse nei confronti della boxe credo che l’aspetto mediatico sia fondamentale e funzionale all’altro aspetto, per noi decisivo, quello economico. Se c’è un’impalcatura dietro che ci tuteli, che ci consenta quindi di organizzare un mondiale qui, che ci consenta di prepararci meglio, tanto a noi pugili quanto agli addetti ai lavori, allora sì che la boxe italiana può tornare ai livelli che le spettano. In questi mesi abbiamo sentito tante promesse e garanzie da parte delle istituzioni, della politica, spero che non rimangano solo parole».

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