Glocal Libia

Pubblicato il 4 giugno 2014 | da Alessandro Boni

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Libia, il caos alle porte

Tra scontri armati e caos istituzionale, a tre anni dalla caduta di Gheddafi il paese è sull’orlo di una nuova guerra civile. Alessandro Boni, docente presso l’università di Misurata, ci racconta sul campo la situazione esplosiva dell’ex colonia italiana

Instabilità diffusa nella nuova Libia democratica

A tre anni dalla Rivoluzione del 17 febbraio e dalla deposizione di Gheddafi, la Libia è un paese che ancora porta vistosi segni della sua storia recente, nel paesaggio così come nelle dinamiche della vita sociale e politica.

I tempi per la costruzione di una Libia libera e democratica, che sappia essere un paese moderno e pronto ad assumersi le grandi responsabilità che la geopolitica e la natura gli hanno donato, sono ancora lunghi e tortuosi, soprattutto per fugare il rischio di ingerenze straniere rapacemente pronte a orientare la linea direttiva della ricostruzione.

Dopo 2 anni in cui il debole Congresso Nazionale Generale ha tentato di tenere unito un paese in equilibrio precarissimo per traghettarlo alla redazione di una nuova costituzione e a elezioni libere da tenersi in un quadro di legalità e credibilità internazionali, mai come nelle ultime settimane combattimenti, scontri tra milizie e atti violenti hanno dato l’impressione di un paese sull’orlo di una brusca crisi che si potrebbe tramutare velocemente in una nuova guerra civile.

Non va mai dimenticato che la Libia è una nazione grandissima, senza un esercito regolare e senza forze di sicurezza: ciascuno è armato e sono troppe le milizie di ex ribelli e combattenti che rifiutano il disarmo a causa della consapevolezza dei rischi altissimi che il paese corre ancora oggi. Si tratta di un vero mercato bellico a cielo aperto, la stazione di rifornimento franca per molti fronti mediorientali, dal Sinai alla Siria.

Inoltre, appena uscita da 40 anni di dittatura, la Libia deve anche giocare un’altra partita importante, quella del cambiamento della mentalità e dell’apertura al resto del mondo. Lo scarso fascino e l’altrettanto scarsa presa dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi mesi, hanno creato un terreno fertilissimo per la crescita di gruppi e milizie animati da mire disparate e spesso anti-democratiche.

Il metodo di opposizione più frequente è il ricorso ad azioni armate, spesso efferate e spaccone: irruzioni in parlamento mitra alla mano, rapimenti, omicidi e vere e proprie esecuzioni di oppositori. Se l’ovest del paese è relativamente sicuro, l’est è una pericolosa polveriera. La Cirenaica in generale e Bengasi in particolare sono ormai quotidiani teatri di scontri e uccisioni.

Anche la capitale ha visto momenti di alta tensione, soprattutto un paio di settimane fa, quando le truppe della città di Zintan hanno preso posizione nei pressi dell’aeroporto per incrociare il loro fuoco con ex ribelli islamisti a suon di razzi e mitragliatrici pesanti. L’obiettivo era fermare l’insediamento del nuovo primo ministro eletto dal Parlamento, Ahmed Maiteeq, ricco uomo d’affari di Misurata accusato di essere spalleggiato da gruppi fondamentalisti vicini alla Fratellanza Musulmana, riuniti nelle fila del partito Giustizia e Costruzione.

Una posizione delicata quella dei gruppi islamisti: visti da alcuni come ex ribelli che cercano solo di difendere i valori rivoluzionari, considerati da altri come terroristi che continuano a far rientrare in Libia jihadisti da Afghanistan, Pakistan, Algeria e Tunisia. Non è facile capire, anche se c’è chi giurerebbe sul fatto che si tratti di forze pericolose e in preoccupante costante crescita. E ormai sappiamo bene che la parola terrorismo ha uno spettro di significati ampio e dai contorni mal definiti (segue in Il generale di Gheddafi) .

Kahlifa Haftar, pochi amici a casa ma spalle ben coperte

In un contesto così frammentato, cavalcando l’onda di preoccupazione di molti per l’incapacità del governo di tenere saldamente il manico del paese, un ex generale di Gheddafi, Kahlifa Haftar nelle ultime settimane è tornato alla ribalta.

Noto a tutti per aver appoggiato nel 1969 il colpo di Stato del Colonnello, per aver condotto disastrosamente la guerra in Ciad negli anni ’80 e per essere poi rimasto venti anni negli Stati Uniti protetto dalla CIA, Haftar è tornato in Libia nel febbraio 2011 per schierarsi contro il dittatore. Aveva provato a proclamarsi comandante delle truppe ribelli, ma nessuno lo prese sul serio e fu messo da parte.

Ma adesso si sta rifacendo sotto, accumulando proseliti giorno dopo giorno, tra miliziani, unità aeree del vecchio esercito e alcune brigate dello Scudo nazionale dell’ovest (una specie di esercito riconosciuto dal Congresso Nazionale, formato da ex ribelli ma diviso per città, poco coeso e scarsamente addestrato).

La sua posizione è assai ambigua: si proclama capo dell’esercito nazionale (che però dall’indomani dello smantellamento di quello regolare di Gheddafi è una mera etichetta) e afferma di voler combattere il terrorismo per ripulire la nazione dai disturbatori in attesa dell’elezioni del 25 giugno per la formazione della nuova Camera dei Rappresentanti. Ma risulta difficile cogliere il senso della sua campagna senza immaginare mire politiche o il progetto di guidare il paese prendendolo con la forza.

Insomma Haftar non simpatizza per il governo e sta dando vita a un’offensiva anti-islamista chiamata Operazione Dignità. Discordanti i giudizi sulla condotta e sul sistema ambiguo di alleanze: in tanti ne diffidano, vedendolo come un nuovo dittatore in odore di colpo di stato militare, come un signore della guerra appoggiato probabilmente dai paesi del Golfo, dall’Egitto del colonnello Abdul Fattah Al-Sisi e forse dagli USA. Il generale nega ogni sostegno straniero, ma questi sottili collegamenti non sarebbero così alieni alla sua rete di relazioni e ai movimenti che stanno animando lo scacchiere nord africano.

Il suo obiettivo principale sono due gruppi islamisti formati da ex ribelli con sede a Bengasi, Ansar Al-Shari’a (letteralmente “fedeli alla shari’a”, cioè la legge coranica) e la Brigata 17 febbraio. Sul primo, collegato all’attentato dell’agosto 2012 in cui fu ucciso l’ambasciatore americano J. Cristopher Stevens, pende l’etichetta di terroristi da parte del governo USA, motivo per cui in un’intervista rilasciata qualche giorno fa, l’ambasciatrice statunitense in Libia Deborah Jones ha dichiarato di non poter condannare la campagna di Haftar (segue in Avvisaglie di guerra civile).


Aumentano i morti, il conflitto si intensifica

Le ultime due settimane hanno visto precipitare il labile equilibrio del paese, le risposte dei gruppi radicali alle offensive sono state feroci: RPG sull’abitazione del primo ministro a Tripoli; l’omicidio dello stimato giornalista ed editore Muftah Awad Buzid, che fino alla sera precedente al suo assassinio, ospite ad una trasmissione televisiva sul canale Al-Ahrar, aveva continuato a dichiarare che il Congresso Generale dovesse ammettere di avere un problema urgente con le milizie radicali e terroriste e che fosse doveroso combatterle; il rapimento e l’esecuzione della giovane e popolare giornalista Nasib Karnaf, sgozzata come negli ultimi tempi è spesso accaduto a personaggi di spicco.

Le eterogenee forze riunitesi attorno ad Haftar non sono restate a guardare: attacchi aerei e razzi Grad su Bengasi, indirizzati verso le basi dei gruppi radicali, e scontri feroci che negli ultimi 10 giorni hanno causato almeno 80 morti nella città della Cirenaica praticamente divisa in due.

A intervallare le azioni violente e le rappresaglie, un’estenuante e altrettanto dura battaglia mediatica a colpi di comunicati stampa che non lasciano presagire nulla di buono: «Non stiamo combattendo il terrorismo solo a nome della Libia, ma del mondo intero. Li attaccheremo finché non si arrenderanno» è stata la dichiarazione rilasciata dal generale Haftar al New York Times; «Mi auguravo che fosse finito lo spargimento di sangue dopo la morte di Gheddafi, ma, purtroppo, il sangue inizierà a scorrere adesso in tutta la Libia» ha dichiarato Adel el-Hassi, ex leader miliziano a Bengasi, ora passato tra le fila dell’ex generale.

Durissima la risposta dei gruppi islamici «uno che ha perso la sua dignità in Ciad non la riacquisterà di certo a Bengasi. Vediamo Haftar esattamente come vedevamo Gheddafi. Siamo pronti a combattere e, se l’America o altre nazioni straniere decideranno di intervenire a suo sostegno, daremo vita a un altro Afghanistan, potendo contare sull’aiuto di combattenti da tutto il mondo islamico, come accade in Siria».

Insomma, una dichiarazione di guerra reciproca ed è difficile prevedere cosa possa accadere. Molti comunque continuano ad essere dell’idea che questo momento di conflitto sia improcrastinabile e necessario: in primo luogo finalmente i vari gruppi hanno tolto le maschere e hanno preso posizioni chiare; in secondo luogo una resa dei conti appare ad entrambe le parti l’unico modo per fare pulizia una volta per tutte.
Il 2 giugno nuovi efferati scontri a Bengasi hanno causato 18 morti, dopo che la notte precedente diversi attacchi aerei delle forze di Haftar avevano distrutto parte della Facoltà di Ingegneria, nella convinzione che l’università fosse usata come magazzino per armamenti e munizioni di Ansar Al-Sharia.

Analogamente i gruppi islamici hanno bombardato una base aerea rivale facendo diversi morti e feriti fra i soldati. La città della Cirenaica sta vivendo momenti di panico, interi quartieri sono stati evacuati perché zone di combattimento, scuole e negozi sono chiusi e la gente è spaventata ed esausta.

Nel frattempo anche il governo attraversa un momento di caos e risulta incapace di gestire la situazione. Dopo un voto contestatissimo in parlamento tre settimane fa, Ahmed Maiteeq è stato nominato primo ministro (il terzo in soli due mesi) con il sostegno di islamisti e indipendenti nel frammentato Congresso Nazionale Generale.
Il suo giuramento è stato fermato da un’irruzione di miliziani armati nella sede del Congresso a Tripoli due settimane fa: si contestava sia la legittimità di un Congresso il cui mandato, scaduto lo scorso febbraio, è stato prorogato fino a giugno per evitare di lasciare il paese senza neanche una parvenza di istituzioni, sia la presenza all’interno di esso di esponenti islamisti che servirebbero solo a dare copertura a gruppi fondamentalisti.

Il premier uscente, Adbullah al-Thinni, che aveva presentato le dimissioni qualche settimana fa a seguito di un tentato attacco armato alla sua famiglia, si è rifiutato di consegnare ufficialmente il potere finché non sarà chiarita la questione della legalità della nomina di Maiteeq ad opera di un parlamento che molti libici biasimano per i suoi lenti passi in avanti.

Alla fine si è deciso di nominare una commissione di giuristi che sta cercando di impostare un delicato negoziato tra le istanze dei diversi partiti. Al momento quindi ci sono due primi ministri, un parlamento in stallo sotto lo scacco continuo delle varie fazioni in lotta e il bilancio dello stato che aspetta di essere discusso e approvato. «Non c’è chiarezza su chi realmente debba affrontare la questione e firmare documenti e assegni» lamentano in molti.

Negli ultimi giorni l’Ambasciata USA ha invitato i suoi connazionali a lasciare il paese e una nave militare con mille marines a bordo staziona nei pressi del porto di Tripoli, pronta a un’evacuazione d’emergenza. Anche l’Ambasciata italiana ha consigliato vivamente – e a più riprese – un rimpatrio temporaneo. Tunisia e Algeria invece hanno schierato l’esercito ai rispettivi confini con la Libia.

In questa fase tesa e intricata, ci sono anche piccoli segni di distensione, come il caso della città di Misurata (in possesso di un forte esercito locale che fa parte dello Scudo nazionale), il cui Consiglio cittadino in un comunicato stampa ha dichiarato di sostenere il governo e di essere pronto a inviare le proprie truppe per cercare un’intesa tra i rivali, senza nuovi e inutili spargimenti di sangue.

Una mossa saggia dunque, ma che può essere letta anche come un modo per temporeggiare e non schierarsi. Bisogna pur considerare che la situazione attuale necessita di atteggiamenti cauti; dare l’idea di poter far pendere l’ago della bilancia da una o dall’altra parte vorrebbe dire innescare reazioni il cui esito non remoto sarebbe una guerra civile, nella quale confluirebbero ruggini e antipatie di lungo corso tra tribù, città e gruppi etnici.

A complicare ulteriormente la questione un altro fatto: le due armate che dispongono di maggiore potenziale bellico tra quelle che compongono lo Scudo, Misurata e Zintan, sebbene facciano parte della stessa allenza, hanno simpatie divergenti. La milizia di Zintan e i suoi alleati anti-islamisti di Tripoli, le Brigate Qaaqaa e Sawaiq, sono vagamente vicini all’Alleanza delle Forze Nazionali; invece le Brigate di Misurata, più prossime agli islamisti, propendono velatamente per il partito Giustizia e Costruzione. Tuttavia entrambe si sentono depositarie dell’eredità della rivoluzione del 17 febbraio e questo potrebbe essere una magra garanzia (segue in La questione petrolifera).



Esportazioni bloccate e stop agli investimenti dall’estero

Naturalmente, le ricadute più vistose di questa crisi si colgono nel settore petrolifero.
Da oltre dieci mesi numerosi stabilimenti petroliferi e porti sono nelle mani di milizie regionali che li stanno bloccando per ricattare il governo e avanzare pretese.

Vale su tutti il caso di un ex ribelle, Ibrahim Jathran, che dall’estate scorsa, con migliaia di miliziani, ha occupato diversi porti petroliferi (quasi azzerandone le esportazioni di greggio) per vedere riconosciuta piena autonomia al suo governo auto-proclamato in Cirenaica. Jathran era addirittura riuscito a trovare un’intesa con il governo precedente, promettendo di allentare gradualmente il blocco dei porti per far riavvicinare le malridotte esportazioni di greggio dagli attuali 165 mila barili al giorno agli 1,5 milioni di barili del 2012. Ora, se Maiteeq dovesse essere confermato nuovo primo ministro, questo negoziato rischierebbe di saltare, continuando a far perdere alla Libia milioni di dollari.

La posizione degli analisti nord africani è ben riassunta dalle parole di Geoff Porter: «Le implicazioni sul settore idrocarburi sono palesi. Il ripristino della produzione e delle esportazioni è adesso molto più distante di quanto non fosse tre settimane fa».
Nello scenario attuale, convincere le compagnie petrolifere internazionali a investire in Libia si sta rivelando un compito piuttosto difficile per un governo che manca di coesione e mezzi militari e finanziari per garantire sicurezza nel paese.

Ci ha provato anche il Ministro delle risorse petrolifere libiche all’apertura del terzo Forum sul Petrolio e il Gas della Libia tenutosi a Londra la scorsa settimana: «Gli eventi recenti non devono scoraggiare gli investitori. Cose del genere possono accadere ovunque nel mondo».

Sulla stessa linea l’intervento di Naaman Elbouri, presidente della società di servizi petroliferi Trans Sahara Group: «Credo che questi problemi siano prevedibili quando si ricostruisce un paese da zero, perché è esattamente questo ciò che stiamo facendo in Libia. Non abbiamo istituzioni né costituzione. Né esercito e neanche polizia. Rifondare aspirando a democrazia e libertà non è un compito facile e ci vuole tempo».

Ma la consapevolezza di non poter lavorare con serenità e la paura per il rischio costante di rapimenti o uccisioni sembra per il momento essere la risposta che le compagnie internazionali danno all’unisono. Il cambio euro/dinaro libico rimane al momento stabile sull’1,75, anche se negli ultimi giorni il mercato nero ha sensibilmente alzato i tassi, vendendo 1 euro a 2,25 dinari libici (a fronte dell’1,85 usuale).

Che la tensione sia altissima in tutto il paese è un fatto certo, ma bisogna aspettare per capire se si tratta di endemiche scosse d’assestamento o dell’inizio di una frattura che problemi interni e pressioni esterne potrebbero portare a esiti drammatici.

Intanto a Misurata i padri giocano con le figlie piccole, i gatti si rincorrono la notte, sui banchi del mercato ci sono mandorle fresche, nei caffè i giovani parlano dei prossimi mondiali e a ogni curva i pick-up sgommano facendo rombare il motore. C’è sempre agnello sulle griglie fumanti, di notte tutti i campi di calcetto sono occupati e le macerie della guerra recente tengono vivo ancora il ricordo dei martiri. Nella speranza che rimanga un ricordo.

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