Libia, non è tutto Isis quel che luccica
Dopo la “spettacolare” apparizione dell’Isis in Libia, l’Italia ha chiuso l’ambasciata di Tripoli e ha rimpatriato i propri cittadini. Core ha intervistato uno dei pochi connazionali rimasti nel paese
La decapitazione dei 21 egiziani cristiani copti ad opera dell’Isis ha riacceso le luci sulla polveriera libica, scatenando un putiferio mediatico nell’opinione pubblica nostrana. Chiusa l’ambasciata ed evacuati i cittadini italiani, il governo ha paventato la possibilità di un intervento di peacekeeping nell’ex colonia. Il tutto in una fase di aspro scontro tra gli attori in campo, che si contendono potere, petrolio e soldi a suon di razzi. La partita si gioca principalmente tra gli islamisti moderati legati al governo di Tripoli – appoggiati dall’influente città di Misurata – e i sostenitori del governo di Tobruq in Cirenaica, guidati dal generale ex golpista Khalifa Hifter, vicino all’Egitto e agli Stati Uniti. Contribuiscono al caos altri gruppi armati, come i berberi di Zintan al confine con l’Algeria, i Tuareg a sud, nel Fezzan, e gli estremisti islamici a Derna e Sirte.
Abbiamo raggiunto A.B., lettore di italiano presso l’università di Misurata e blogger di http://theitaliansthinktank.com/, rimasto in Libia nonostante il rimpatrio dei connazionali disposto dall’Ambasciata.
La scorsa settimana il governo italiano ha disposto l’evacuazione di tutti i connazionali residenti in Libia, perché sei rimasto?
Sono qui dal novembre 2013 e l’Ambasciata, sapendo della mia presenza qui, mi ha recentemente contattato. Tuttavia vorrei chiarire che non è stata disposta l’evacuazione, bensì un piano di alleggerimento della presenza di cittadini italiani su suolo libico. Sono due cose ben diverse.
Detto questo, sono rimasto per vari motivi. Innanzitutto da quando vivo qui le situazioni di crisi sono all’ordine del giorno e ho imparato come gestirle emotivamente, scindendo la verità dalla propaganda. Poi ho un contratto lavorativo da rispettare e se l’università non mi dice che è ora di andare via non vedo perché dovrei farlo.
C’è anche una motivazione umana. Ho tanti amici che mi hanno accolto e che mi rassicurano sulla portata reale della situazione tenendomi quotidianamente aggiornato. Sarebbero i primi a mobilitarsi per facilitare un eventuale viaggio al di fuori del paese, come è già successo lo scorso luglio, quando lo spazio aereo era chiuso e a Tripoli impazzava la battaglia per la presa dell’aeroporto internazionale.
Inoltre, Misurata è una città unita e sicura, tutt’altra cosa rispetto ad altri luoghi in Libia, soprattutto in Cirenaica. Certo, potrebbe accadere qualsiasi cosa, ma per lavorare qui devi metterlo in conto. Nelle ultime ore sto valutando possibili piani per uscire dal paese qualora la situazione degenerasse, dato che al momento non ci sono aerei. Più che lo spauracchio di gruppi estremisti, trovo pericolosi i raid aerei egiziani che potrebbero abbattersi anche su Misurata.
Vediamo se l’università rimarrà in funzione o sospenderà la didattica, che tra l’altro è ripresa solo una settimana fa dopo lo stop di 2 mesi voluto dal consiglio cittadino a seguito delle operazioni belliche nella mezzaluna petrolifera di Sidra (a est di Sirte). Tutto è incerto e la situazione è fluida. In Libia si vive giorno per giorno.
La decapitazione dei copti egiziani ha acceso i riflettori sulla presenza dell’Isis in Libia, come se i militanti del Califfato fossero apparsi repentinamente sulla scena. Da quanto tempo l’Isis è parte delle diverse fazioni che si contendono il potere in Libia? Siamo vicini alla costituzione di un altro Stato Islamico in Cirenaica?
Fino a qualche giorno fa l’opinione pubblica italiana (e europea) neanche nominava la Libia. Dalla notizia dell’entrata dei sedicenti miliziani dell’isis a Sirte sembra che le sorti del mondo dipendano dalla Libia, che la terza guerra mondiale sia alle porte. Questo mi fa ridere. Amaramente. Io non vedo differenze tra oggi e la scorsa estate. Se non la psicosi di massa dei media nostrani.
Che in Libia ci siano gruppi radicali non è una novità. Alcune zone della città di Derna ne sono controllate da tempo. Ma si tratta di un esiguo numero di miliziani, non in grado di fare cose eclatanti. Inoltre, dire Isis appare assai vago o di moda. Esistono milizie islamiste non moderate, ma questo non ne fa dei terroristi tagliagole. La storia dei copti egiziani ha fatto il giro del mondo, ma bisogna pure cercare di contestualizzare e capire.
In molti qui – Misurata è una città moderata e ostile all’ideologia del Daesh (nome arabo dell’IS) – hanno le loro buone ragioni di credere che si tratti dell’ennesima strumentalizzazione messa in atto per destabilizzare il paese. Anche questa conquista di Sirte sarebbe una grossa mossa propagandistica per attirare le bombe straniere sulle forze belliche collegate al governo con sede a Tripoli, per far pendere l’ago della bilancia verso l’altra coalizione, dato che sul piano militare siamo in una fase di stagnazione.
Da due mesi la battaglia per la presa degli impianti petroliferi di Es Sidra e Ras Lanuf (tra Sirte e Bengasi) resta sanguinosamente aperta. Non mi stupirei se la minaccia di una marcia dell’isis fosse un piano finalizzato a convincere Misurata di richiamare a casa una parte delle sue milizie per difendere la città, indobolendone la presa sui fronti aperti per lasciare campo ai suoi avversari.
“A Tripoli la situazione è critica. E’ da tempo che lo Stato Islamico è lì”, hanno raccontato alcuni degli italiani rimpatriati, cosa ci puoi dire in merito riguardo a Misurata?
Sono stato a Tripoli un paio di mesi fa, alla fine di dicembre. Ero con un amico misuratino e almeno tre volte siamo stati fermati di notte nei posti di blocco dei miliziani islamisti-moderati dell’Alba della Libia. La città mi è sembrata sicura e non ho notato nulla di strano.
A Misurata vivo bene e ho tanti amici. Moltissimi estremamente moderati, alcuni meno, ma tutti rispettosi tra loro e felici che un italiano viva tra loro fidandosi. Ci riuniamo la sera, facciamo pranzi e cene, chiacchieriamo nei caffè. Questa città è particolare: 400 mila abitanti, un paesone dove tutti si conoscono. Non ho mai incontrato nessuno ostile e fanno a gara per farmi sentire a casa. Qui sono orgogliosi di appartenere a una comunità per molti versi conservatrice, ma che proprio da questo spirito trae la sua forza. La città è presidiata, sicura, illuminata la notte e conta su un sistema di barriere e posti di blocco che controllano approfonditamente chi arriva da fuori. Non penso proprio che sia un posto dove terroristi e estremisti possano mettere piede.Se qui sventoli una bandiera nera del Califfato ti sparano. Non a caso, poche ore dopo la “presa” di Sirte, la Brigata 166 (unità della milizia misuratina) si è recata lì per capire cosa fosse accaduto e per combattere gli eventuali occupanti. E, mi è stato detto, non hanno trovato nulla di insolito. Questa storia di Sirte è stata ingigantita e manipolata a dovere per continuare a creare spaccature e invocare interventi stranieri.
Interventi che qui nessuno vuole. Non per avversione all’occidente, ma semplicemente perché i panni sporchi se li vogliono lavare in casa, senza che nessuno venga qui con una scusa per poi mettere le mani sulle risorse della Libia. Perché è questo ciò che temono. Se Europa e Stati Uniti avessero avuto a cuore la transizione politica della Libia perché mai non hanno pensato prima a soluzioni diplomatiche?
E poi, come dice il mio amico scultore Mohammed “la democrazia non è come una canottiera e un paio mutande. Non la puoi indossare in 2 minuti dopo 40 anni di dittatura!”. Dopotutto, sono passati 4 anni dalla rivoluzione. Proprio qualche giorno fa, il 17 febbraio, è caduto l’anniversario della rivolta contro il regime. E proprio in questa città, che si starebbe preparando contro l’invasione dei tagliagole, c’è stata la celebrazione annuale della liberazione. L’entusiasmo non era alle stelle, è comprensibile. Il morale è un po’ basso, la gente è stufa di combattere e di vedere il paese alla deriva.
Il sensazionalismo dei media mainstream ha portato alti esponenti del governo italiano a paventare un intervento militare dell’Italia. Quale chiave di lettura alternativa può offrire una fonte direttamente presente sul campo?
Durante la settimana abbiamo già assistito a una frenata dei falchi nostrani. Anche l’ONU ha negato la possibilità di interventi militari. Non ho creduto neanche per due secondi all’intervento italiano, la situazione è troppo frammentata e incerta. Inoltre, intervenire con chi? E contro chi? E poi, come ti ho detto prima, se c’è una cosa che unisce praticamente quasi tutti i libici è la contrarietà netta a ingerenze straniere. Sarebbe solo un rischio di farli convincere di difendersi da una nuova ondata colonialista.
L’unico modo indolore e intelligente di intervenire potrebbe essere puntare sulla ricostruzione di ragionevoli rapporti tra le parti, cercando di cementare un’intesa tra islamici moderati, al fine di costruire un fronte fidato e un partner affidabile per i futuri rapporti commerciali da riattivare con la Libia. Un tavolo di trattativa che, oltre alle fazioni locali, dovrebbe estendersi agli stati stranieri maggiormente coinvolti su suolo libico, richiamandoli a rispondere delle loro responsabilità. Egitto, Tunisia e Algeria, ma anche Turchia e paesi del Golfo. Un percorso ambizioso e che richiederebbe tempo e energie. E soprattutto tanta onestà da parte di tutti.
Però rimanere alla finestra e aspettare di parlare con chi alla fine delle ostilità deterrà il potere (cioè avrà il petrolio) appare una mossa sciagurata. E trovo di cattivo gusto tutte le voci italiane che negli ultimi giorni gracchiano come zie zitelle di provincia dicendo che era meglio il vecchio regime. Sciacalli ipocriti. Vero pure che vengono da un paese che è tornato in mano alla democrazia cristiana, dove l’immobilismo è radicale più della religione.

