Tra i settantamila della Valle
Cronistoria parziale del corteo NoTav 3 luglio 2011
Il pannello luminoso recita: “Autostrada chiusa per motivi di ordine pubblico”. Un cosa del genere non l’avevo mai vista.
L’autostrada, scoprirò durante la giornata, serve alle forze dell’ordine come base logistica sulla quale far scorrere i pesanti autoblindo e spostare i reparti da un punto all’altro del fortino nel quale si sono barricati. Un vantaggio strategico da non trascurare e che Polizia e Carabinieri hanno sfruttato in pieno, dato che l’autostrada interseca i siti dove deve sorgere il cantiere e dove i presidi dei NoTav sono stati sgomberati una settimana prima.
Ma il corteo che parte da Exilles è colorato, pieno di musica e di gente di tutte le età, bambini e vecchi montanari dalle lunghe barbe, e i pensieri cupi presto svaniscono sotto il sole che scalda la fresca aria della Val Susa.
Noi tre, giovani lupi della capitale, siamo venuti decisi a difendere i beni comuni, come poi spiegheremo a sorprese ragazze piemontesi che ci chiedono se siamo saliti su da Roma apposta per la manifestazione. La ‘difesa dei beni comuni’ è la parola d’ordine che sembra animare lo scomposto movimento italiano nei bui anni del tardo-berlusconismo e noi, oggi cani sciolti ma sempre più convinti di questa scelta, sosteniamo questa idea con convinzione, forse illusi che la buena onda del risultato elettorale di due settimane fa potrebbe oggi travolgere questo scempio Europeo che è la Tav in questa valle.
Siamo qui.
Conversando con alcuni valsusini e con compagni romani ritrovati su queste montagne, capiamo che, oltre al corteo, ci saranno tentativi di assedio attivo, il che significa che si proverà, perlomeno, ad avvicinarsi alla zona rossa e ad espugnarla, of course.
E’ un termine che non mi piace, zona rossa, mi ricorda Genova e piazza Alimonda, polizia che bastona persone inermi con le mani alzate, tanta rabbia, sentimenti negativi.
Ma non voglio certo cancellarne la memoria. Quando mancano quattro kilometri alla fine del corteo, di fronte ad una biforcazione che porta in alto, una voce al megafono, forte accento di qui, vocali infinitamente larghe, spiega che il corteo autorizzato prosegue dritto verso Chiomonte, paesotto valligiano che bordeggia la Dora, proprio di fronte alla Maddalena, il presidio che sette giorni fa è stato occupato da oltre duemila agenti.
Noi non esitiamo e prendiamo la deviazione, e con noi migliaia di persone. A quanto pare siamo non autorizzati, ma siamo così tanti che ce ne sbattiamo.
La marcia prosegue, in salita, verso Ramats e San Antonio, villaggi composti da poche case e una chiesoletta ciascuno, tutt’intorno vigneti d’altura. Camminando tra le persone capito al fianco di un uomo, 50 anni suonati, fisico asciutto e imponente e un enorme stendardo NoTav in mano. Racconta di come a fianco della sua casa dovrebbe sorgere, secondo i progetti dell’alta velocità, la stazione internazionale di Susa, un hub di treni veloci per Parigi. Pilastri di cemento armato e acciaio. Si oppone, ovviamente, e quando gli chiedo quanto invece gli avrebbero offerto di indennizzo, il dito medio che mi mostra, risposta data a chi gli proponeva l’indennizzo, mi fa capire che non ha proprio preso in considerazione l’offerta.
L’elicottero della polizia ci accompagna fino in cima, sorvola i nostri movimenti verso l’alto e a parte il brusio delle sue eliche, arriviamo a San Antonio senza problemi. Il villaggio domina la valle, di sotto Chiomonte sembra una pagina di Google Maps.
In cima al paese, un pit stop e un rifornimento d’acqua con poche indicazioni, date in maniera informale: in fondo ai due sentieri che si diramano da San Antonio giù per la montagna c’è un accesso al presidio sgomberato della Maddalena, da circa un’oretta uno sbarramento di gas lacrimogeni sparati a ripetizione dai pulotti impedisce ulteriori avanzamenti. Situazione di stallo.
Siamo sempre in tanti e scendiamo in fila indiana per il sentiero più scosceso, sulla parte esterna del monte, e dopo qualche centinaio di metri si intravede il “pratone”, sede dell’ormai andato presidio, dove sono attestate le forze dell’ordine. Siamo altissimi ancora, ma il vento spinge su l’odore dei lacrimogeni. Devono star dandoci dentro con il confronto, penso tra me e me durante la discesa.
Ci inoltriamo sul sentiero che scende nel bosco, fazzoletto sul naso e occhialetti da piscina indossati, l’aria si fa acre e penso ai partigiani, ai tempi loro sui monti almeno si respirava bene.
Giunti quasi in fondo, il sentiero risulta essere bloccato. Altra gente risale.
“Impossibile sbucare di fronte al vecchio presidio – ci dicono alcuni compagni valligiani – l’aria è satura di lacrimogeni e solo con una maschera antigas adatta si può resistere qualche minuto”. Testardi come siamo vogliamo proseguire ma dopo altri metri ci si deve arrendere, il nostro equipaggiamento è poverissimo, mi sento fortunato ad aver rimediato del malox da sciogliere nell’acqua.
Siamo un po’ sconfortati, come i tanti che sono scesi fin qui.
Una ragazza valsusina emerge dall’inferno in basso, dice che è meglio risalire su a San Antonio e provare ad andare alla Centrale, a Chiomonte, per aiutare il tentativo di assedio che i NoTav stanno realizzando lì. Ho i piedi fumanti ma decido che si può fare. Risaliamo in 20 minuti e nel villaggio ci attendono notizie che ci ridanno vigore: alla Centrale siamo riusciti a sfondare la zona rossa, inoltre i manifestanti partiti da Giaglione sono riusciti a riprendersi “la baita”, altro ex presidio No–Tav sgomberato la scorsa settimana.
La situazione cambia ancora. Rispunta un megafono, si chiede ai manifestanti di rimanere e riprovare a scendere alla Maddalena per tenere impegnati, anche con la sola presenza, gli occupanti, polizia e carabinieri. Riscendiamo, ancora novelli partigiani per sentieri di montagna. Stavolta al boschetto che termina di fronte alla Maddalena ci arriviamo, la situazione è spettrale. L’aria è fetida di gas, circolano voci su 50000 candelotti sparati, ma nel boschetto un gruppo di compagni mantiene la posizione di fronte all’ingresso dell’ex presidio. Ogni tanto piove un lacrimogeno ma la situazione è gestibile, il bosco impedisce che il vento sparpagli il gas e stiamo tranquilli. C’è un’aria surreale, sono tutti stanchi, facce gonfie. Sono ore che si cerca di entrare alla Maddalena, ma siamo stati gasati come i kurdi stile Saddam. Si fa avanti e indietro nel bosco, su e giù dal sentiero. Passa un secondo e parte una nutrita pioggia di lacrimogeni e, mentre mi do su per un sentiero immediatamente a corto di ossigeno, girandomi nella direzione dei pulandri vedo alcuni caschi blu entrare correndo nel boschetto.
Caricano addirittura nel bosco, ma senza convinzione e uno di loro scivola e cade a terra, i compagni subito lo catturano. Passa un minuto e quando tutti si accorgono dell’accaduto si alza un grido di scherno dal fogliame: “Nudo! Nudo! Nudo!”.
I feroci black block rimandano il poliziotto dai suoi in mutande, e dopo un po’ restituiscono persino la pistola sottratta al portentoso agente. L’episodio segna una nuova fase, la polizia ora teme chi ha di fronte, madri e padri della valle che indossano la maschera antigas per difendere la loro terra, con in mano qualche ciottolo da scagliare.
Dalla nostra parte, invece, sale la stanchezza. Non si riesce a sfondare e decidiamo di ritirarci, in pace per il momento. Ci incolonniamo sul sentiero per tornare su a SanAntonio ma, quando ormai siamo a metà strada, una telefonata avvisa i valligiani che sono con noi che i blindati sono arrivati a Ramats e alla stessa San Antonio, ci sono state cariche nei villaggi con fughe dei manifestanti sulla montagna, e che ora la polizia sta discendendo il sentiero venendoci incontro. Col groppo in gola, come i trecento spartani contro le orde dell’impero saliamo fino a San Antonio. Giunti in cima, capiamo di esser stati fortunati, la polizia ha appena caricato nel villaggio ma è andata via, in pochi istanti ci rendiamo conto che si sono ritirati oltre Chiomonte e che possiamo stare tranquilli.
Alle 7 di sera, in cammino verso Exilles, incrociamo la statale per Torino, completamente bloccata dalle automobili dei manifestanti, in coda per tornare a casa.
A fine giornata non c’è traccia di quei black block avvistati da giornalisti prezzolati mai saliti in Val di Susa neanche per turismo, né tra la confusione degli avvenimenti e dell’organizzazione della manifestazione si sono viste ‘squadre militarizzate’ pronte a colpire le forze dell’ordine, le quali invece sparavano candelotti lacrimogeni ad alzo zero, con dentro un gas vietato dalla Convenzione di Ginevra (il CS).
Rimane invece impressa, tra i boschi sopra Chiomonte pieni di gente venuta da tutta Italia, la parola d’ordine degli abitanti della valle, madri, padri, figli e nonni, in prima fila a riprendersi la propria terra occupata da rappresentanti di un governo che qui sembra non avere nessuna legittimazione. Á SARA’ DURA!

