Tor Sapienza: il punto di vista di un’ operatrice sociale
Pubblichiamo le riflessioni di Rosa Paolella che dal 2011 lavora presso un centro d'accoglienza per i richiedenti asilo.
È ormai da due giorni che nel quartier di Tor Sapienza, a Roma, continuano saltuariamente gli attacchi degli abitanti del territorio ai danni degli ospiti del centro di accoglienza per richiedenti asilo e minori non accompagnati, gestito dalla Cooperativa “Il Sorriso”.
Di analisi e punti di vista ne sono stati prodotti innumerevoli; c’è chi ha parlato di guerra tra poveri, sminuendo la gravità delle aggressioni e motivando l’accaduto con il disagio e la frustrazione che quel territorio vive a causa della emarginazione e dell’assenza di servizi. C’è chi è andato oltre, dando luogo a generalizzazioni e banalizzazioni pericolose che vanno ad indicare tutti i migranti come delinquenti. C’è chi ha detto, cito testualmente, che “sente minacciato il proprio diritto alla cittadinanza per la presenza degli stranieri”. Frase, quest’ultima, priva di senso: “perdere il diritto alla cittadinanza” non vuol dire nulla; forse intendevano “perdere l’accesso a diritti di cittadinanza”.
Guerra tra poveri? Forse, conseguenza della mancanza di una rete di supporto ai cittadini che, già provati dalla crescente disoccupazione e dalla crisi, si sono sentiti sempre più soli, abbandonati e ghettizzati nelle periferie. Ma alla base degli attacchi vi è un sentimento xenofobo e razzista, che nelle banlieue Romane cresce sempre di più, fondendosi in un tutt’uno al malcontento popolare, che viene incitato e cavalcato dalla politica della destra estrema e di figure come Salvini al grido di “stop all’invasione”.
Anche in termini di richiedenti asilo, l’Italia rispetto al 2013 presenta tassi di ingresso nettamente inferiori agli altri Stati Europei; si parla di un numero totale di richieste pari a 27903, rispetto ad esempio alla Francia che per lo stesso anno ha riportato 51488 domande.
Delinquenza. Parliamo di delinquenza. Delinquente è chi ieri stava in prima fila a tirare bombe carta sui muri del centro di Via Morandi (si, tanti abitanti di Tor Sapienza, ma soprattutto fascisti, spacciatori, ultrà, non le povere vecchiette esasperate come tanti hanno detto, e d’altronde sfido le vecchiette di tutte le periferie romane ad organizzare militarmente il loro malcontento) o le persone che abitano quella struttura: richiedenti asilo, ossia persone fuggite da guerre e conflitti nel loro Paese, molti dei quali minori?
Gli attacchi di Tor Sapienza non possono essere visti né solo come l’autorganizzazione spontanea del malcontento popolare di una periferia né solo come azione militante della destra estrema. Il problema è più profondo, complicato e trova le sue ragioni nella crisi profonda da un lato e nel fallimento dell’accoglienza Italiana dall’altro. È proprio su questo punto che vorrei soffermarmi, cercando di presentare una panoramica sull’accoglienza in Italia oggi, che esaminerò dal mio punto di vista, seppur parziale, di operatrice sociale che lavora dal 2011 in queste strutture.
Anche se il piano ha garantito una sistemazione ad un elevato numero di persone arrivate in un breve lasso di tempo, l’emergenzialità ha generato una totale assenza di controllo nei servizi forniti in questi centri.
Ebbene, i 35 euro altro non sono se non l’erario che percepisce la cooperativa ogni giorno per ogni migrante accolto. Di questi soldi, l’ospite accolto ne riceve solo 2,50 al giorno per le proprie spese. Gli altri (ben 32,50 euro) vanno alla cooperativa, che li investe per l’accoglienza. Ma per chi è interno al settore, sarà evidente in poco tempo che dei 32 euro, di reali che vanno investiti in servizi dedicati ai migranti son ben pochi. Nelle relazioni mensili dei centri d’accoglienza risultano attivi servizi come la scuola di italiano, il servizio legale, l’orientamento sanitario mentre nella realtà questi servizi, laddove vengono attivati, sono affidati al volontariato o alla buona volontà degli operatori, i quali il più delle volte non hanno nessuna competenza specifica e che, sottoposti a turni di 12 ore in due, devono gestire ed assolvere dalle mansioni più semplici a quelle più complesse. Noi operatori d’altro canto, diventiamo le nuove figure della precarietà: senza nessun inquadramento, senza nessuna sicurezza contrattuale, con turni orari sfiancanti e esposti alla sofferenza pura.
Anche se a partire dall’agosto 2011 gli arrivi via mare dalla Libia si sono di fatto quasi completamente arrestati, per più di un anno non è stata approntata nessuna strategia di chiusura del piano di emergenza. Alla fine dell’emergenza, molte strutture sono state poi convertite in centri normali (secondo un bando emanato dallo SPRAR), ricevendo fondi Europei a tal scopo. Il cambiamento però per molte strutture ha riguardato soltanto la “forma” e non la sostanza: di fatto i richiedenti asilo sono stati accolti alle stesse condizioni di prima.
È pertanto evidente come la non integrazione di queste persone sia frutto di scelte politiche ad hoc, in primis quella della esternalizzazione dei servizi sociali e del terzo settore ad enti privati, che applicano le loro logiche di profitto e non lavorano pertanto per una reale presa in carico dell’utenza. E che contribuiscono anche a creare nuove fasce di precari: gli operatori sociali.
La struttura di Tor Sapienza è un esempio lampante di cattiva gestione: pur trattandosi di un buon centro sorge in un deserto di servizi, scollegato dalle reti di socializzazione che possono permettere al migrante di sentirsi parte della comunità, di chiudere il cerchio del percorso migratorio trovando uno sbocco lavorativo e un futuro di reale integrazione.
Parliamo della Legge Turco Napolitano e della Bossi- Fini, che con il decreto flussi hanno praticamente eliminato la possibilità per i migranti di regolarizzarsi allo scopo lavorativo, andando ad ingolfare il canale della protezione internazionale, l’unica via possibile (perché non soggetta al refoulement) per accedere in Europa. Parliamo delle procedure e delle prassi dell’iter dei richiedenti asilo, a cui viene impedito di lavorare e muoversi liberamente sul T.N. ed Europeo fino alla conclusione della propria pratica. Parliamo del Regolamento di Dublino, che stabilisce che il richiedente asilo rimanga nel primo Paese di approdo, senza aver nessuna libertà di movimento in Europa.
In questo modo, il migrante rimane un “emarginato”, un esiliato a vita che non si interseca in una nuova comunità e di conseguenza la percezione che il migrante “ristagni” nelle città, senza tentare di integrarsi si amplifica, dando luogo a paura, diffidenza, criminalizzazione. Penso che tutti noi che lavoriamo in questo settore, ci siamo spesso sentiti dire “Ma queste persone, vogliono realmente integrarsi?”. Come spiegargli tutto questo?
In questo marasma fatto di migranti aggrediti per il solo fatto di aver migrato, di nuovi poveri che individuano nel più povero la causa della crisi e di nuovi precari, che cercano di mediare in questo contesto di conflitto sociale, assumendosi personalmente la frustrazione; il Comune e le Istituzioni cosa fanno?

