Serpenti al vento
“Se l'auto deve prevalere, resta una sola soluzione: sopprimere la città” Andrè Gorz, L'ideologia sociale dell'automobile
É quando piove che si può fare. Nelle buie notti di pioggia battente l”illuminazione artificiale va e viene. Cali di frequenza, dicono le autorità. Visibilità scarsa, quasi nessuno per strada, l’importante è sfuggire allo sguardo dei sorveglianti.
Ci vestiamo del colore della notte illùne, siamo in due, sette, dieci, a volte trenta. Cresciamo e diminuiamo senza ordine logico. Non è questione di paura o di coraggio. Sono gli impedimenti della realtà menomante il problema. Ogni settimana sei costretto ad inserire la tua carta da automobilista nei lettori disseminati lungo tutta la città. In sette giorni devi aver percorso almeno duecento chilometri, altrimenti sei in codice rosso. Alla terza infrazione vai in carcere con l’accusa di sabotaggio. Drogati dal trasporto obbligatorio, viviamo per mostrare alla mega-macchina la nostra solerzia automobilistica, ognuno, terminato il lavoro, non può fare altro che tornarsene a casa e tutti quelli che si incontrano una volta calata la notte sono sospettati di preparare qualche colpo.
Dobbiamo salvare il sistema che mantiene tutto in piedi, dissero prima di dichiararci guerra.
Quello che facciamo nelle notti senza luna è l’unica libertà che ci prendiamo. L’unica possibile. Senza le uscite clandestine, ci saremmo iniettati sostanze velenose nelle vene.
Il nostro gruppo è senza capi. Il rischio è talmente alto che ogni gerarchia rischierebbe di portarci tra le fauci del nemico. Abbiamo una guida carismatica. É V, lunga esperienza, cuore caldo, occhi profondi.
Scruto il cielo, nuvole nere che si addensano, questa notte il tempo è dalla nostra parte, il crepuscolo avvolge lentamente la realtà, c’è la possibilità di uscire. Con Medea l’appuntamento è al solito posto. Al buio, sotto l’enorme faggio, a due passi da San Silvestro. Che l’uscita si faccia o meno ci incontreremo.
Medea, i begli occhi profondi, voluttuosi serpenti la inondano come capelli neri.
Dov’è il copricapo, le chiedo stringendole le mani, lo sai che senza il rischio è troppo alto.
Medea gioca, finge di non avermi sentito, scaccia la mia mano, la riprende subito dopo stringendola più forte di prima, avvolge i neri serpenti dentro il copricapo.
Ci guardiamo, occhi negli occhi, amanti nel buio, un amore così difficile, ogni sguardo è un colpo al cuore, la paura di perdersi per sempre. É nelle notti di libertà che mi rendo conto della forza del nostro legame. Un demone cattivo si diverte a giocare con i nostri destini, arriviamo a non parlarci, a fingere di ignorarci. Non c’è soluzione, è Medea, la strega, l’iniziatrice, la lupa che corre nel sentiero oscuro. Non potrò mai spegnere i ricordi. Di nuovo:la vedo ed è come se non la vedessi, non ci stiamo parlando. Raggiungiamo gli altri, dice gelida. Inforco la bici senza risponderle e andiamo. Penso al passato. A quando, fissati sulle nostre piccole miserie umane, non vedemmo e non capimmo. Ci dichiararono la guerra totale e non ce ne accorgemmo. Crisi, rapina di spazio, tempo e risorse. Fino al punto di annullare completamente il valore d’uso delle nostre gambe. Per i nostri stili di vita passammo da bizzarri a terroristi nel breve volgere di pochi mesi. Per prima cosa chiusero al transito le piste ciclabili. Manutenzione, dissero. Passarono mesi. Noi pazientammo senza sospettare. Quanta ingenuità. Il passo successivo fu quello di vietare progressivamente l’utilizzo delle biciclette lungo le strade privatizzate al traffico di auto. Con la chiusura delle ciclabili, impedirono di fatto l’utilizzo della bicicletta in città. Dopo le nostre deboli resistenze arrivarono al traguardo finale. Bandirono progettazione, costruzione, utilizzo di qualsiasi bicicletta. Per la sicurezza di tutti, mentirono. Subito dopo istituirono la carta dell’automobilista, i chilometri obbligatori, i codici rossi, l’accusa di sabotaggio fino al carcere per i ribelli. In pochi, sparuti ed incoscienti trafugammo telai e componenti di base. Restammo fermi per molto. Impauriti e prigionieri della grande inerzia scesa sopra i nostri corpi. Poi venne il giorno in cui scoprimmo come il buio crepuscolare delle notti senza luna fosse il nostro unico ponte di speranza.
Così iniziammo.
Siamo partiti, in trenta, ci sono tutti. Piove con violenza, vento freddo teso da nord-ovest. Montiamo copertoni da montagna.
Ho avuto un sogno strano questa notte, dice V mentre scavalchiamo la cintura metropolitana. Da qui è vietato il transito. Stiamo violando il coprifuoco. Odore di terra umida, gli ultimi lembi non asfaltati. Le telecamere hanno segnalato il nostro passaggio. Luce rossa di allarme, cambiamo percorso svoltando per la campagna. V conosce strade abbandonate, sentieri inerpicati e sterrati, sopravvivenze miracolose allo sventramento del pianeta, spazio raro risparmiato dalla crisi. Gli alberi si infittiscono, l’aria fredda ci inebria lo spirito. Non cerco Medea. Siamo distanti come se avessimo litigato violentemente, è il nostro mistero, è il nostro gioco, lontani come perfetti sconosciuti.
É la nostra uscita più importante, dice V, guardatevi, siamo un brigata, armati liberi ribelli. Questa notte succederà qualcosa, l’ho sognato, tenetevi….
…che cos’è il destino? altri segnali per capire il nostro ruolo? V non fa in tempo a finire la frase. Un fischio sottile ci gela il sangue. Una pallottola fende l’aria pulita e lo colpisce alla gamba. Dolore soffocato, tempra da primitivo, proseguiamo, dicono i suoi occhi. Sguardi preoccupati si incrociano, V non è il nostro capo, è la guida spirituale, il saggio che coltiva i saperi ancestrali sopravvissuti alla grande caduta. Pedaliamo, lo seguiamo, anche da ferito è un raggio di sole in una giornata di pioggia torrenziale, seminiamo i nemici depistandoli per i mille sentieri offerti dal bosco, il miracolo della madre terra che non si arrenderà mai, non abbiamo vantaggi tecnici, solo fiuto, incoscienza e fiducia. La macchina repressiva è dotata di strumenti potenti e sofisticati, eppure non conosce i rischi imprevisti, ogni albero radice animale selvatico è una trappola, per noi salvezza. Non sappiamo quanto durerà, ci rendiamo conto che sarà difficile, quasi impossibile, tornare indietro. Dove andremo, con chi discuteremo, come si salveremo. Come è stato possibile ridursi a questo punto,mi chiedo, la democrazia molle dell’occidente,accettare le ingiustizie come fossero vacche sacre fino a vedersi sottratto anche il valore d’uso del proprio corpo. Poi penso a Medea, anche nella tragedia, nella corsa affannata, il pensiero corre a quei momenti felici che non siamo stati in grado di afferrare, mesi come anni, attrazioni focose, addii commossi, incidenti di percorso, il rischio, ma perché il rischio, la cosa più bella del mondo, quasi venerata,disse tra le righe Medea, ma io non capii, o forse capii troppo tardi, lacrime non trattenute ma nascoste, ora questa lontananza insensata, sguardi che trafugano altri sguardi ed imbrogliano inquinano trascendono.
Luci della città vicina annunciano la fine del bosco, cadiamo dentro il continuum metropolitano. Siamo in trappola, penso, e lo dico ad A. Annuisce, è la fine, amico mio, mi dice. Nessun caduto, soltanto un ferito, e comunque stiamo correndo il rischio di finire dentro per sempre. Se ci prendono siamo spacciati. Il bosco finisce, fuori dalla sfera benevola, la città spalanca le sue fauci di cemento, come ci sentiamo, la domanda corre veloce, ci sentiamo circondati, pensiamo alla resa, è evidente dagli sguardi di tutti noi che vanno cercandosi come gli abbracci impediti dalle sbarre di una galera.
“Anziché funzionare attivamente come personalità autonoma l’uomo diverrà un animale passivo, privo di scopi e condizionato dalla macchina”, scrisse Lewis Mumford. Il mito della macchina, il grande capolavoro sulla tecnica finalizzata all’asservimento dell’uomo. Quanti discorsi, prese di coscienza, impegni, responsabilità, colpi sfuggiti all’ultimo istante. Perché rinunciare proprio adesso, una volta rotto il grande principio di inerzia, sarebbe come consegnarsi dopo aver rapinato una banca ed essere fuggiti senza colpo ferire, ci hanno preso, no, non ci hanno ancora preso, e se i flussi magici conservassero ancora intatti i propri poteri? Svegliatevi hanno preso il posto di Dio, scrivemmo sopra un muro la notte della prima uscita. Di nuovo quell’energia inebriante, originaria, primordiale, non tutto è perso, procediamo compatti,l’autostrada sembra un campo di battaglia, dentro i crateri cresce fitta la vegetazione spontanea, tutto sa di abbandono, su di un’autorimessa attigua ad un centro commerciale un’ insegna elettrica saetta, automobile il privilegio alla vostra portata c’è scritto. Svoltiamo a destra lasciandoci alle spalle l’autostrada, siamo dentro un quartiere che sembra una giungla, alberi e vegetazione ovunque, panni e stracci rossi stesi dai balconi dei palazzi, mattoni purpurei e piazze circolari, d’improvviso, davanti a noi, si apre la saracinesca di un edificio esagonale, sembra un bunker della seconda guerra mondiale, spunta un viso gentile, capelli bianchi corti, corporatura media, è come se già lo conoscessi, V lo guarda, avrà la sua età, si scambiamo uno sguardo complice come due amici che si reincontrano dopo una guerra lunga e sanguinosa. Andiamo, dice V. Entriamo rapidi come pantere nere. Benvenuti al sottobosco, sembra un rifugio anti atomico, ma è un luogo ospitale, dice l’uomo che ci ha aperto le porte, abbiamo disattivato le telecamere, questa zona della città è parzialmente liberata, autogestiamo e combattiamo quotidianamente, ci affidiamo alla vegetazione risorta, aspettavamo l’arrivo di un gruppo dal bosco, sapevamo che prima o poi sareste arrivati, ora sistematevi con calma, vi spiegherò tutto.
La sguardo di V è luminoso, soffre in silenzio e chiede di essere medicato, poi ci guarda e dice, è iniziata, ragazzi, è davvero iniziata.
La luce del garage illumina una stanza separata da un muro in cartongesso, con A ci affacciamo. Una valanga di bici. Telai armati, mozzi, selle, pedali, componenti di tutti i tipi.
Non la vedo, Medea non la vedo. É qui con noi ma ci ignoriamo. É il nostro gioco. Non finirà mai.

