Resistenze reddito di cittadinanza

Pubblicato il 5 gennaio 2017 | da Fabio Ferrari

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Reddito di cittadinanza: una misura da introdurre

Un'intervista a tutto tondo a Sandro Gobetti, storico attivista, ricercatore e socio fondatore dell'associazione Basic Income Network Italia

Strumento di welfare o utopico mezzo di liberazione dal lavoro? Il “reddito garantito”, sia esso misura di contrasto alla povertà (reddito minimo) o parte del complesso dispositivo dello stato sociale, è periodicamente protagonista del dibattito pubblico nazionale. Tuttavia, nonostante la presenza decennale di tale misura nei sistemi di welfare europei, in Italia continua ad essere lettera morta, fatta eccezione per alcuni esperimenti tra i quali merita menzione una legge regionale del Lazio del 2009.

Sulle ragioni del dibattito e della mancanza di una misura concreta nel nostro paese, Core ha intervistato Sandro Gobetti, socio fondatore e coordinatore del consiglio direttivo dell’Associazione Basic Income Network Italia (BIN – Italia), associazione parte di una rete internazionale e che si pone come obiettivo l’introduzione del reddito garantito in Italia.

(PER LEGGERE L’INTERVISTA CLICCA SU CIASCUNA DELLE DOMANDE QUI DI SEGUITO RIPORTATE)

+ Il reddito garantito, declinato nelle diverse forme in cui è diventato misura concreta di politica pubblica, è generalmente considerato come un notevole avanzamento sociale. Ci spiegheresti perché?
Il reddito garantito ha molte declinazioni che sostengono tesi, concetti, pratiche diverse. Dalle forme di reddito minimo garantito, cosi come sono chiamati comunemente i modelli europei presenti in molti paesi, fino al reddito di base incondizionato, che sta vivendo alcune forme sperimentali in alcuni paesi nel mondo (ed anche in Europa), sicuramente sta definendo un’idea in merito ad un nuovo diritto che coniuga diverse dimensioni.

reddito 1Anche se vi sono stati notevoli tagli alle forme di reddito minimo in molti paesi europei, rimane salva la questione che questa misura ha determinato, cioè il fatto che coloro che sono in difficoltà economica vengono comunque sostenuti definendo al fine il concetto per il quale “al di sotto di una soglia economica” nessuna persona deve “scivolare”. Quella che viene definita “soglia di povertà” sotto la quale non si deve scendere.

Sono misure introdotte da ormai moltissimi anni in molti Paesi europei e che laddove non hanno subito tagli (dovuti dalle politiche di austerity) sono state considerate da tutti il “baluardo” migliore per sostenere la crisi e le persone in difficoltà economica.

Ma c’è di più, nei paesi dove tale sostegno esiste, in particolare se ci riferiamo a qualche anno fa (prima delle politiche di workfare), ha permesso a molti giovani di uscire di casa alimentando forme di autonomia, realizzando politiche redistributive consistenti e dunque una maggiore redistribuzione della ricchezza, nonostante fosse invece originariamente pensato come strumento di sostegno alla dignità della persona e alla sua valorizzazione.

Tali misure purtroppo hanno subito nel tempo profonde riforme, che hanno visto spostare buona parte dei finanziamenti destinati al welfare ed ai “diritti di cittadinanza” verso politiche di workfare (introdotte dalle politiche reganiane, tatcheriane e successivamente di Blair e di tutte le componenti politiche europee) che si sono tradotte in elargizioni sempre più generose alle imprese per un utopistico rilancio della piena occupazione. A vedere i dati, dopo 20 anni di politiche workfaristiche, abbiamo un aumento della disoccupazione, della povertà e della forbice della ridistribuzione verso l’alto delle ricchezza. Insomma sono aumentati i poveri ed allo stesso tempo i profitti per pochi.

A partire da queste considerazioni oggi sono in molti a rilanciare forme di reddito minimo garantito meno vincolanti “reddito 3all’obbligo al lavoro” o peggio di “inserimento al lavoro attraverso bonus alle aziende o sgravi fiscali”.

Ad esempio come sta avvenendo in Finlandia dove si vogliono sperimentare forme di reddito incondizionato (cioè una elargizione economica meno vincolante ad obblighi e restrizioni), alla Francia nella Regione dell’Aquitania o in Olanda dove 30 comuni dal 2017 sperimenteranno forme di reddito di base con un taglio dei costi burocratici per il “controllo dell’attivazione dei beneficiari”.

Questo concetto della incondizionatezza sta emergendo in maniera più forte proprio perché alcune riforme del lavoro e delle politiche sociali hanno reso più difficile l’accesso a tali misure in molti paesi europei.

Dal controllo delle persone beneficiarie sempre più stringenti ad obblighi ad accettare qualsiasi lavoro in cambio di un reddito minimo che in alcuni casi ha prodotto una sorta di vero e proprio “ricatto” per coloro che essendo in difficoltà economica non poteva rifiutare le peggiori offerte di lavoro altrimenti avrebbe perso il sussidio.

Facciamo l’esempio della riforma Hartz IV in Germania, che ha prodotto una quantità di lavori a basso salario e senza diritti, tutti destinati ai percettori di reddito minimo. Queste restrizioni e queste contro-riforme hanno aperto un dibattito nuovo proprio sul tema della libertà individuale di scelta, di riconoscimento della dignità della persona, sulla necessità di riavviare un processo redistributivo delle ricchezze, sugli effetti della crisi etcetc.reddito 2

Ma il dibattito sul reddito ha uno sguardo ancora più lungo e più ampio. Stanno emergendo ad esempio alcune esperienze in paesi fino a ieri impensabili: in Kenya si sperimenterà un reddito di base incondizionato su 40.000 individui, tale progetto iniziato con un crowdfunding ha raccolto oltre 10 milioni di dollari in pochissimo tempo; in India si è già avuta una sperimentazione su alcuni villaggi rurali di un reddito di base dato a tutti i componenti (donne, uomini e bambini). Questo progetto è stato promosso dall’Unicef e dal SEWA, il più grande sindacato delle donne al mondo.

In Namibia nella regione di Otivero è stato realizzato un progetto sperimentale su alcune migliaia di persone ed i risultati sono stati l’aumento della scolarizzazione e un vero e proprio boom di forme di lavoro cooperativo in particolare delle donne; cosi sta accadendo in Uganda.

Le forme di sperimentazione che possiamo definire nel generico “reddito garantito”, cioè il diritto ad avere una garanzia economica, nelle diverse accezioni declinato (minimo, garantito, di base, incondizionato etc.) stanno attraversando molti paesi nel mondo, ed oggi il Brasile ad esempio sta realizzando il più grande progetto di redistribuzione di denaro al mondo con oltre 40 milioni di persone che ricevono la cosiddetta “Bolsa familia” una sorta di reddito minimo garantito destinato a coloro che vivono in povertà.

Il dibattito sul reddito è davvero globale: solo per fare altri esempi, il congresso mondiale delle reti per il reddito nel 2016 si è tenuto per la prima volta in Asia, in Corea del Sud, chiamando a raccolta migliaia di persone da tutto il mondo e buona parte delle personalità politiche di quel paese.

La discussione è apertissima in Francia, sia nei movimenti sociali che nelle istituzioni sia politiche che culturali, tanto che sono stati promossi studi e ricerche da parte del Parlamento francese per sperimentare forme di reddito di base incondizionato nei prossimi anni.

In Islanda il Partito Pirata, forte del suo 38% alle ultime elezioni, ha al primo posto del programma il reddito garantito; in Svizzera dove si è addirittura avuto un referendum propositivo per garantire a tutti i cittadini (a prescindere se lavorano o meno) sopra i 25 anni un reddito di base universale di 2000 euro al mese (il 23% dei cittadini ha votato a favore!).

Nel 2016 è nata la prima rete per il reddito in Cina; in Giappone esiste un forte dibattito sul reddito garantito da destinare alle fasce giovanili; in Canada nella Provincia dell’Ontario si andrà a sperimentare un reddito di base incondizionato e tale proposta ha avuto un enorme successo tra i cittadini di quella regione.

Tuttavia c’è un altro importante fronte che si sta aprendo ed è la cosiddetta “4° rivoluzione industriale”, cioè l’imporsi sempre più massiccio della robotica, dell’intelligenza artificiale o del machine learning. Secondo alcuni studi questa rivoluzione sta già determinando un radicale cambiamento sociale a partire da un aumento esponenziale della disoccupazione in molti paesi.

Secondo l’ILO (International Labor Organization) i disoccupati nel mondo nei prossimi anni saliranno di 250 milioni di unità, mentre per l’Università di Oxford saranno 50 milioni i posti di lavoro che si perderanno. Da questo punto di vista sono proprio molte aziende, ad esempio della Silicon Valley, come Y Combinator, a sostenere la proposta di un reddito garantito come risposta alla crescente disoccupazione ma anche al fatto che se la robotica sostituirà il lavoro non sostituirà i consumi.

Per concludere direi che sono tantissime le ragioni a favore della proposta del reddito garantito: dalla risposta alla crescente povertà alla necessità di nuove politiche redistributive, dalla fine del ricatto del lavoro povero e precario ad un rilancio della democrazia partecipativa, dalla centralità della persona e della dignità al rispondere alle contraddizione di questa contemporaneità, dal rimettere al centro la libertà di scelta delle persone alla risposta alle contraddizioni che la 4° rivoluzione industriale introdurrà nel prossimo futuro. Sostenere oggi la proposta del reddito garantito significa andare incontro al futuro a partire da un presente migliore.

+ Qual'è la proposta di BIN Italia? Secondo la vostra visione, l’introduzione del reddito garantito nel Belpaese sarebbe una misura complementare al welfare state o sostitutiva ad esso ?
Il BIN Italia propone un reddito di base incondizionato come faro guida, cioè un nuovo diritto umano dentro la sfera dei diritti economici. Tale misura serve in sostanza a garantire la libertà di scelta delle persone. Riteniamo che il raggiungimento di tale obiettivo sia un processo storico, sociale e politico. Crediamo che però vi siano delle forme altrettante utili ed interessanti che possono essere introdotte e spesso per noi il faro sono state le esperienze europee di reddito minimo garantito che sicuramente ne hanno fatto di questo continente, uno dei modelli sociali più avanzati nel mondo.i-soldi-so-pochi-675

D’altronde il modello sociale europeo, frutto anche dello scontro capitale-lavoro, ha dato vita al moderno welfare state che proprio oggi è sotto attacco. Il diritto alla salute e all’istruzione ha visto come terza gamba di questo modello proprio il diritto al sostegno al reddito.

Dalle pensioni al reddito minimo, i diritti di cittadinanza si sono nel tempo imposti. Oggi, nella fase di un neoliberismo senza freni, sono proprio queste conquiste ad essere costantemente sotto attacco. A volte anche sotto la definizione “incentivi” che hanno “drogato” il mercato del lavoro. Di fatto, i tratti nudi e crudi della realtà sociale italiana parlano di altro: l’economia sommersa (lavoro nero, irregolare, o delle attività illegali e criminali), nel 2014 ha fruttato 211 miliardi di euro, pari al 13% del PIL.

Insomma ognuno si aiuta da se. Senza contare il rosicchiare costantemente il risparmio privato (l’Italia è uno dei paesi più ricchi da questo punto di vista), come dire: i soldi di nonna finiscono sempre più spesso a sostenere i figli cassa integrati o disoccupati o i nipoti precari.

Dunque per noi sostenere una forma di reddito minimo garantito, che intervenga almeno nel definire un concetto semplice come “al di sotto della soglia della povertà ne ssun individuo deve scivolare” ci sembra oggi già un grande passo in avanti in un paese che vive una crisi sociale spaventosa. Dopo il referendum costituzionale l’Istat richiama l’attenzione sul rischio povertà per 3 italiani su 5. Parliamo di milioni di persone e non possiamo pensare di delegare le politiche di welfare alle loro famiglia di origine…

Le proposte in campo ci sono, cosi come si può attingere alle best practice di numerosi paesi europei ed al dibattito internazionale. Se la cosiddetta “Commissione Onofri” già nel 1996 individuava la necessità di un “reddito minimo vitale”, al momento ci sono delle proposte di legge ferme in Senato (dal 2013!) che non riescono ad essere discusse dal Parlamento.

La proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito nel 2013 presentò oltre 60 mila firme dopo sei mesi di campagna con oltre 250 iniziative pubbliche in altrettante città italiane e 170 associazioni vi presero parte. Questa proposta dorme nei cassetti della Commissione Lavoro del Senato e non vi sono forze politiche che stanno costruendo una seria battaglia istituzionale e sociale affinchè questa proposta diventa un faro delle politiche sociali e del lavoro.

Cosi come la proposta del “Reddito di Dignità” portata avanti anch’essa da centinaia di associazioni e con un forte coinvolgimento di “Libera contro le mafie”. Addirittura in quel caso si chiese di fare una legge “entro 100 giorni”. Ma di giorni ne sono passati 365 e di quella proposta, firmata oltretutto da centinaia di parlamentari, non se ne sa più nulla.

Tutte queste proposte inoltre non hanno mai voluto sostituire forme esistenti di welfare, al contrario, introdurre un reddito garantito significa modernizzare un welfare basato esclusivamente sul cittadino-lavoratore e spostarlo sul concetto di cittadinanza più universale. Insomma il periodo fordista è terminato da tempo, ce lo dicono tutti che non ci sarà più il lavoro per tutta la vita e che bisognerà inventarsi di volta in volta. Non a caso miliardi vengono spesi per la formazione continua (producendo spesso solo degli enormi introiti per gli enti di formazione) cosi che ognuno si possa “vendere sul mercato”… come si dice: “sia occupabile.”

Dunque il reddito garantito non sostituisce nulla, anzi aggiunge. Dirò di più, in alcune delle proposte di legge da noi sostenute, vi è un accorpamento di alcune misure esistenti proprio per portarle ad un “livello più alto” di beneficio economico. Insomma, è possibile “riunire” alcune misure in una unica misura più generosa. Un modo per tagliare un po’ di rami nella giungla del welfare italico in grado di rilanciarlo su base più universale. D’altronde la categorialità con cui è concepito oggi il welfare italiano è più escludente che includente, forse per questo molti, partiti e sindacati, lo temono. Con il reddito garantito si interrompe la categorialità e si rivendica l’universalità del diritto.

+ In Italia il dibattito sul reddito garantito è storico e proviene dai movimenti sociali. Sembrerebbe, per provenienza, una proposta rivoluzionaria, ma in altri paesi europei con un forte Stato sociale il basic income è considerato una normale misura di welfare. Come interpreti questa differenza di visione?
In Italia il dibattito sul reddito ha molte sfaccettature e quello proposto dai movimenti sociali, in particolare negli anni ’90 del secolo scorso, ha dato diverse letture a questa proposta. Tanto per citarne una molto interessante, era il dibattito intorno al tema della flessibilità del lavoro, che anticipava la precarizzazione generalizzata, e che vedeva i proponenti del reddito definire tale misura come strumento affinchè tale flessibilità fosse “agita”.welfare4-650x409

In questo senso torna uno dei concetti forti del reddito che è la questione della libertà di scelta. Come dire, il lavoro si fa flessibile? Io voglio la flessibilità perché posso non voler fare lo stesso lavoro per tutta la vita. Se mi si chiede di essere flessibile allora voglio un reddito garantito per scegliere ed “agire la flessibilità”. Insomma un’idea “moderna” di come affrontare la precarietà che veniva imponendosi.

Purtroppo poi buona parte della politica italiana, e forse anche dei movimenti sociali, si è “incastrata” sul “lavorismo” andando a rinchiudersi in micro, o macro, battaglie tutte sul lavoro, para sindacali, da sindacalismo sociali, abbandonando invece la forza di ricomposizione che il reddito offriva ad una “classe scomposta e frammentata” che la trasformazione del lavoro aveva imposto.

Oggi ne paghiamo tutte le conseguenze, tale frammentaizone ha determinato un conflitto per lo più orizzontale, la precarizzazione del lavoro è divenuta precarizzazione sociale e la “guerra tra poveri” sembra emergere sempre con più forza. Una classe in se, forse, ma di certo non una “classe per se”. Forse i movimenti sociali che negli anni ’90 avevano imposto un dibattito forte sul reddito, non arrivando a definire un diritto, ad acquisirlo, hanno pagato lo scotto del solo dibattito.

Avere avuto una legge nei primi anni del 2000, quando ormai la precarizzazione era divenuto fenomeno di massa, avrebbe sicura15/04/2013 Roma, consegna della raccolta firme per il reddito minimo garantito a Montecitorio. Nella foto alcuni dei promotorimente potuto determinare scenari diversi, per gli stessi movimenti sociali. A partire dal rafforzamento, ad esempio, delle strutture che ne sono componente forte.

Oggi con l’aumento della povertà forse anche i movimenti sociali leggono il reddito come terreno di contrasto all’emergenza sociale e non più come strumento di liberazione dal lavoro, come forma di rifiuto del lavoro o comunque come strumento di libertà di scelta anche del lavoro (o del non lavoro).
Da questo punto di vista le esperienze europee sono state una chiave di lettura importante, perché si è passati da dire “ci vorrebbe” a dire “altri ce l’hanno”!

Dunque si, da un certo punto di vista se in altri paesi questa è una misura di welfare data da un compromesso capitale-lavoro, social democratico, in Italia tale misura, essendo assente, sembra sia “rivoluzionaria”.

Il punto è che si può usare la chiave delle esperienze europee per dare corpo alla “possibilità”, cioè per dire “altri lo hanno fatto, non stiamo proponendo scemenze”, ma allo stesso tempo si può rilanciare sul piano della libertà di scelta delle persone, su una più forte politica redistributiva e su un ruolo del pubblico diverso e più forte a fronte delle tante privatizzazioni di enti pubblici.

Insomma il “piano di battaglia” c’è, ma c’è bisogno anche degli interpreti. Oggi purtroppo dobbiamo sottolineare di quanto l’emergere di “scontri fratricidi” in seno alla classe sia sempre più presente.

Non vedo elementi ricompositivi, ma un eco della frammentazione. Possiamo usare i modelli europei per convincere gli scettici, per avere delle esperienze di riferimento (da criticare per rilanciarle), ma senza dubbio non portare mai a casa dei risultati diventa frustrante anche per il più convinto (politicamente) dei precari. Il peso della solitudine può essere più forte e incisivo delle ragioni dell’utopia.

Il reddito può modificare l’oggi, ed è necessario che per i precari la vita cambi oggi e cambi stando insieme. Il reddito ricompone ciò che è stato frammentato, può essere la battaglia da fare “fuori dal singolo posto di lavoro” e comprendere tutte quelle fasce sociali che compongono il precariato sociale, siano essi giovani, over 55 senza lavoro, disoccupati, precariamente occupari, senza casa, donne…. la prateria è li, davanti a noi…

+ In tempi recenti il Movimento 5 Stelle si è affermato sulla scena politica utilizzando come cavallo di battaglia il reddito di cittadinanza come misura utile a “non lasciare nessuno indietro”. Anche Di Maio, nella conferenza stampa sul dopo Renzi, ha posto l'accento sul reddito di cittadinanza (che in realtà è un reddito minimo garantito), dicendo che non è un argomento populista e ponendolo al primo posto della loro agenda politica. In merito alla proposta dei pentastellati, di che tipo di reddito si tratta? Sarebbe un supporto valido al nuovo mercato del lavoro?
La proposta dei 5 Stelle ha molte facce. Vi sono alcuni elementi molto interessanti cosi come delle evidenti mancanze. Ne cito solo una per capirci. Ad esempio quella sulla “condizione al lavoro”.

Loro dicono che a fronte di un sostegno al reddito “non si possono rifiutare più di 3 proposte di lavoro” pena l’esclusione dal beneficio. Questo numero 3 da dove salta fuori? E’ un numero perfetto? Perché allora non 1 proposta? Oppure perché non 10? Si evince una certa confusione dettata più dal giustificare ai “normali” che lavorano, l’anomalia di dare reddito5dei soldi agli “anormali” che non lavorano.

Il concetto del reddito è completamente opposto, chi non lavora ha delle ragioni insite nella complessità della società in cui vive. Invece si pensa che sia “lui\lei stesso” ad avere la colpa da portare sulle spalle. Come dire: non ti sei impegnato abbastanza dunque, io ti do dei soldi, ma tu in cambi accetti qualsiasi lavoro.

Pensate ad un over 55 che ha lavorato una vita, la sua azienda delocalizza, lui finisce disoccupato…che colpa vogliamo ascrivergli? Perché obbligarlo a “non rifiutare più di 3 proposte”? Ma se invece valorizzassimo le sue competenze? Se invece potessimo dare forza alle sue capacità non sarebbe meglio per lui e per tutti noi?

Pensate se domani un bravissimo chirurgo perdesse il lavoro ed avesse diritto al reddito minimo. Solo perché gli diamo (come società) 600 euro al mese dobbiamo mandarlo a friggere patatine? Non perderemmo tutti, lui la sua dignità, la società le sue competenze e capacità? Insomma è ovviamente un esempio spinto dalla provocazione, un chirurgo non ha bisogno di un reddito minimo con molta probabilità… o forse si, (continua la provocazione) magari vuole cambiare lavoro… perché non sostenerlo?

Può essere più interessante riconoscere ad ogni persona la sua “storia”. Si può fare attraverso dei bilanci di competenze che valorizzino tanto le capacità formali che informali, le esperienze di lavoro come quelle di vita, che comprendano che direzione quell’individuo vuole prendere, che tipo di vita ha intenzione di vivere… insomma dire “3 proposte di lavoro o niente soldi” sembra come dirgli, “sei tu che hai sbagliato ed ora fai come dico io che ti do dei soldi”.

Il faro deve sempre rimanere questo: il reddito garantito serve a rafforzare la libertà delle persone, non a limitarla.

Tuttavia va preso atto che oggi il M5S che è una delle forze politiche più grandi e sicuramente innovative nel nostro paese, e dunque rappresenta buona parte degli italiani, ha fatto del reddito garantito la sua battaglia e questo dimostra quanto il tema sia attuale. Forse questa è dato anche dal fatto che la sinistra italiana non ha saputo comprendere fino in fondo la forza del reddito garantito dimostrandosi spesso fuori dalla realtà sociale che avrebbe dovuto rappresentare.

+ Anche la Regione Lazio nel 2009 ha emanato una sua legge sul reddito minimo garantito e ti ritroviamo tra i padri “redattori” di quel dispositivo. Quali sono i risultati e le conseguenze che hai potuto notare, a quasi 10 anni dalla sua introduzione, di quell’intervento normativo?
Vorrei prima di tutto dire che la giunta presieduta da Renata Polverini, subentrata nel 2010, ha deciso di non rifinanziare la legge spostando parte dei soldi originariamente destinati ad altre leggi regionali a sostegno delle imprese. I dati sulla disoccupazione nel Lazio dimimagesostrano che tale “mossa” ha aiutato sicuramente qualcuno, ma di certo non i disoccupati.

La seconda cosa da notare che su questa scia si è mossa pure la successiva giunta Zingaretti, che non ha rifinanziato tale legge. Un po’ strano come “segnale di discontinuità” non trovate? Ma a parte le facili battute, è un vero peccato non aver dato seguito a tale legge.

E’ stata sicuramente una legge innovativa nello scenario italiano, una legge che porta nel titolo la parola “precari” ed a costoro è rivolta. Si inserisce pienamente dentro l’analisi delle contraddizioni che le trasformazioni di questi ultimi 15 anni hanno prodotto. Dava forza all’idea di “governo regionale” come promotore di politica e non solo come istituzione amministrativa.

La legge del Lazio inoltre ha dato spinta a molte altre proposte nate in tutte le regioni italiane le quali, tutte, hanno sempre fatto riferimento alla legge del Lazio. Nella definizione della legge si sono seguite le esperienze europee e le indicazioni sovranazionali, mettendo in pratica quel “ce lo chiede l’Europa” che non fossero i conti di bilancio del fiscal compact, ma l’Europa sociale da costruire.

Una cosa che non riesco ancora a comprendere è come è possibile che le domande di poter avere un reddito minimo garantito, oltre 115mila nel Lazio, non abbiano al contrario fatto si che si aumentassero i fondi!

Al contrario tanto Polverini che Zingaretti hanno fatto finta di niente, come se le persone richiedenti non dimostrassero già allora l’enorme disagio sociale presente nella regione. Calcolate che ai tempi ci si aspettavano non più di 50mila richieste. Ben 65 mila persone in più che non si erano mai presentate o iscritte ad un centro per l’impiego! Di fronte a questo esercito di invisibili la risposta della politica sarebbe dovuta essere “la legge va rilanciata e rafforzate le misure economiche”. Invece fu seppellita sotto il tappetto e con la legge pure le 115mila persone che ne avrebbero avuto diritto!

Inoltre tale legge aveva già una serie di criteri che rispondevano alle riflessioni che facevo poco prima. Ad esempio la “congruità” dell’offerta di lavoro a partire dal riconoscimento delle tue competenze proprio nella logica del rafforzamento della persona in disagio economico e non la sua colpevolizzazione.

Speriamo che prima o poi qualcuno si ricordi della legge 4/2009 per il reddito minimo garantito per precari e disoccupati. Al momento se ne sono ricordati alcuni professori dell’Università di Tokyo che hanno voluto incontrarmi per conoscere meglio la legge, la sua forza e le sue criticità.

In Giappone questo team di professori universitari sta studiando la legge del Lazio come una best practice da replicare in particolare per affrontare la questione della disoccupazione e della precarietà giovanile. Loro se ne sono ricordati… ma noi viviamo nella regione Lazio e non a Tokyo in Giappone…

 


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