Perché il CTO è a rischio chiusura. La Sanità nel Lazio e il decreto Bondi
I "tagli lineari" usati (quasi) come unica soluzione ad una Sanità in deficit
16 ottobre: Enrico Bondi, già Commissario per la Spending review, è nominato Commissario straordinario della Sanità nel Lazio. Ciò avviene a seguito delle dimissioni di Renata Polverini dalla Presidenza della Giunta regionale, incarico che comportava anche le competenze commissiariali sulla Sanità nella Regione. I primi di luglio il “decreto Bondi” lo nominava supercommissario alla Spesa pubblica: tra i poteri affidatigli, il supercommissario potrà decidere autonomamente di tagliare la spesa sanitaria delle Regioni in deficit (commissariate).
Tagli su soldi, posti letto, personale: ecco la storia da allora. Tra le cifre volate e continuamente rimaneggiate si fa fatica a capirci qualcosa. Come i posti letto: se ne volevano togliere in tutto 1963 per arrivare alle media di 3,7 su 1000 abitanti; poi 1771; ora si è scesi al taglio di mille posti. Un deficit complessivo per la Regione che nel 2013 è previsto attorno ai 900 milioni. 1300 lavoratori a rischio. Cifre su cifre che oscillano, si assommano e mescolano, e ogni tanto si fa fatica a ricordare che si parla di vita, malattia, lavoro.
Deficit di milioni nei singoli ospedali, debiti che hanno radici e si infiltrano nella Sanità regionale: tutto però più o meno direttamente collegato all’enorme buco (10 miliardi) lasciato nella Sanità dalla giunta Storace e venuto fuori nel 2006. Lo stesso Storace che, nel mezzo della bufera attuale, ha annunciato la propria ricandidatura alla Regione. E che sul tema Sanità glissa: “Al primo confronto tv gli mostrerò i conti di Marrazzo, il miglior presidente che hanno espresso loro”.
Una storia di cifre, conti da quadrare, soldi che vanno recuperati in ogni modo: una storia da Spending review. Questa l’impronta data dal Commissario Bondi, già risanatore di Parmalat e Montedison, ora dell’azienda Sanità del Lazio.
La politica dei cosiddetti “tagli lineari” ha investito completamente la Sanità regionale. Ma oltre ai tagli e alle restrizioni imposte, ci sono gli accorpamenti e le riconversioni: un immenso laboratorio che dovrebbe “ripensare” (per usare le parole di Monti in merito alla Sanità pubblica nazionale) un meccanismo con ampie sacche di sprechi, ma che di fatto purga e stringe senza guardare in faccia nessuno.
I princìpi base che guidano questa purga-riorganizzazione di Bondi mirerebbero alla diminuzione dei reparti di alte specialità (in cui si inserisce a pieno la questione CTO), alla diminuzione dei digiorni di degenza medi (quindi ricoveri più brevi e dimissioni rapide), alla riduzione dei costi con le gare centralizzate per l’acquisizione di servizi e beni, all’eliminazione di reparti poco utilizzati e, almeno a parole, al potenziamento dell’offerta di assistenza nelle province in modo da rendere più fruibili e meno congestionati gli ospedali romani.
Una questione decisamente da non sottovalutare riguarda poi i lavoratori delle strutture: dove finirebbe il personale in esubero? Chi è precario, si sa, rischia di più: ma in questo settore sono per lo più proprio i precari a svolgere il loro lavoro eccezionale e silenzioso nelle strutture d’emergenza. Il rischio di inefficienza o addirittura chiusura è alto per molti pronti soccorsi. Si parla in tutto di circa tremila precari che perderebbero il posto; ma anche chi ha contratto a tempo indeterminato rischia.
La situazione del personale in esubero è incerta e oscura, e non è stato dato alcun chiarimento in merito. Certo è che a complicare la questione c’è la totale mancanza di un piano regionale che definisca il fabbisogno e formuli un piano di investimenti aggiornato ed adeguato.
Degli ospedali a rischio chiusura è stato scongiurato solo il San Filippo Neri (di cui saranno tagliati 160 posti letto su circa 500): restano l’Eastman (26 letti e 340 dipendenti), il Forlanini (55 eletti e 700 dipendenti) e il CTO (118 letti e 449 dipendenti). Fanno paura anche le possibili “riconversioni”: come ad esempio quella che dovrebbe interessare il Nuovo Regina Elena, per cui si pensa un futuro residenziale. Più in generale però la linea guida è quella di convertire alcuni ospedali in centri per malati cronici.
E proprio dal CTO “occupato” è partito ieri il corteo alla volta della Regione. Migliaia di manifestanti hanno espresso un netto rifiuto ad una politica amara che taglia indiscrinatamente; stringendosi attorno all’ospedale, uniti, per “difendere” il territorio e la Sanità pubblica. La “occupazione” dell’ospedale, che andrà avanti “ad oltranza” fino al ritiro del decreto Bondi, è solo il corollario di una mobilitazione vastissima che va da medici, a politici (spiccano per attivismo SEL e, in misura minore, PD), ai cittadini che altrimenti vivrebbero da spettatori passivi la riduzione sistematica del proprio diritto alla salute.
Alcune delle più aspre critiche riguardano proprio l’apoliticità delle scelte di Bondi; appaiono come soluzioni unilineari, calate dall’alto da qualcuno che non deve neanche rispondere ai cittadini di ciò che ha deciso.
Persino la Polverini polemizza: la governatrice dimissionaria attacca i “cosiddetti tecnici” che “stanno trascinando la Sanità del nostro territorio in uno stato di assoluta confusione”, affermando che la propria giunta invece ha “conservato faticosamente intatto quel sistema in tre anni, pur portando un disavanzo di un miliardo e seicento milioni”; rivendicando di fatto, e con molto orgoglio, una sostanziale immobilità nell’amministrazione della Sanità regionale.
È invece Zingaretti, candidato alla guida della Regione nelle prossime elezioni, che afferma di voler prendere di petto il problema: “Nel futuro la sanità del Lazio -afferma- dovrà cambiare nel segno dell’innovazione, eliminando sprechi, superstipendi e quelle inaccettabili sacche di privilegio che stanno ledendo il diritto alla sanità di migliaia di cittadini della nostra Regione. Quando sarò eletto presidente scandali vergognosi come quello dell’Idi non potranno più avvenire”.
L’amara bufera non risparmia infatti neanche gli ospedali privati, quelli religiosi e le strutture convenzionate. Un esempio eclatante è proprio quello dell’IdI (Istituto dermopatico dell’Immacolata): 1800 dipendenti non ricevono gli stipendi da quattro mesi. Incontri, sindacati sul piede di guerra, perorazioni di forze politiche diverse, scioperi della fame: alla fine solo il 10 dicembre, a seguito dell’incontro del 4 con i sindacati e della pronuncia del Tribunale fallimentare a favore dei lavoratori Idi, il Commissario Bondi ha annunciato di aver sbloccato i fondi.
Ma forse il merito è di una raccomandazione dall’alto, da molto in alto. I dipendenti hanno infatti sostenuto un flashmob-pellegrinaggio a San Pietro, quando Sua Santità in persona si è pronunciato affinché si trovino soluzioni ai problemi delle strutture sanitarie cattoliche (al che, invero, si è sentito qualcuno gridare: “Ci dovete pagare!”). Neanche a dirlo, era l’Angelus dell’8 dicembre: giorno dell’Immacolata.

