Resistenze

Pubblicato il 25 novembre 2011 | da Marco Cardaci

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“On the wall against the walls”: ricoprire un muro per abbatterne altri

Al via il progetto promosso dall’Arpj Tetto Onlus tra i vincitori del “Bando delle Idee - Spazio Autogestito" promosso dal Municipio XI

DECORARE un muro per spogliarlo del suo ruolo separatorio e renderlo luogo pubblico, attraverso la realizzazione partecipata e aperta di un murales nel Municipio XI: questa la sfida e l’idea dell’associazione Arpj Tetto Onlus, tra le 5 vincitrici del “Bando delle Idee”. Federica Kent Fazi, tra le responsabili del progetto, lo spiega nei dettagli.

 

“On the wall against the walls”, raccontaci cos’è? A chi è rivolto?

Il nostro è un progetto di arte urbana rivolto a giovani tra i 15 e i 25 anni che abitano nel Municipio XI o nei quartieri ad esso immediatamente limitrofi, zone abituali di intervento della nostra associazione.

Il progetto prevede un percorso di progettazione partecipata e di apprendimento delle tecniche del murales e, come conclusione, vi sarà la realizzazione vera e propria di un murales collettivo aperta a chiunque nel quartiere avesse voglia di partecipare. L’obiettivo ultimo, non certo per importanza, è quello di riqualificare uno spazio a noi caro, uno spazio che appartiene al quartiere, valorizzandolo grazie all’intervento artistico che attueranno i ragazzi, per restituirlo in forma permanente agli abitanti.

 

Avete già trovato uno spazio? Come procedono i lavori?

L’individuazione del muro rientra nel percorso di partecipazione, per cui saranno i ragazzi stessi a indicare lo spazio in cui realizzare il murales.

Gli appuntamenti finora sono stati tre. Il primo incontro è stato di presentazione delle attività e dei responsabili coinvolti. Oltre agli educatori sono coinvolti dei tecnici delle varie discipline, tra cui una pittrice muralista, un’esperta di progettazione partecipata e mediazione sociale, un mediatore culturale, un operatore professionale di montaggio che sta affiancando un ragazzo nella creazione di un video che documenterà tutto il percorso, ed alcuni membri del collettivo di fotografia WSP. Durante il secondo incontro abbiamo effettuato un’uscita sul territorio, provando ad interpretare insieme lo spazio in cui viviamo. Vogliamo che i ragazzi imparino a leggere criticamente i messaggi che gli uomini vogliono lanciare nelle trasformazioni degli spazi urbani e che apprendano anche loro ad usare la città come veicolo del proprio sentire, dei propri sogni. Durante il terzo incontro, invece, siamo passati alla pratica. Noi tutti, non solo i ragazzi, abbiamo imparato a creare uno stencil e a riprodurlo su magliette, tessuti, cartoncini.

Il gruppo si sta già definendo ma è ancora possibile unirsi a noi!

Perché ARPJ Tetto partecipa alla trasformazione del territorio in cui vive attraverso il murales?

Abbiamo scelto il murales per due ragioni. Innanzitutto per l’efficacia di questo strumento di comunicazione, perché è un’arte comprensibile a tutti, a prescindere dal livello di istruzione. Il murales è un intervento di trasformazione artistica ma anche “politica” perché veicola un messaggio in senso orizzontale, tra pari, o al limite verticalmente ma in senso opposto: dal basso “contro” l’alto. I ragazzi, e noi con loro, sono tempestati da messaggi che tentano di sedurli o farli sentire inadeguati, spingendoli a conformarsi ad un dato modello. La nostra città è deturpata da messaggi imposti dall’alto, gridati ovunque: sui maxi cartelloni pubblicitari, spesso abusivi, sulle fiancate degli autobus, sulle facciate degli edifici in ristrutturazione. Per noi non c’è spazio di replica. Invece vogliamo riprendercelo quello spazio, per poter condividere col mondo il nostro messaggio. Il muro è il posto buono per farlo, c’è un valore simbolico in questa scelta. Il muro rappresenta per noi i tanti interventi di edilizia insensata e selvaggia di cui anche il nostro territorio purtroppo è vittima e, contemporaneamente, simboleggia la separazione, l’isolamento, la solitudine che la città con i suoi padroni spesso ci impone. Penso ai muri che separano i campi rom dal “mondo là fuori”. E allora proprio dal muro noi vogliamo lanciare un messaggio opposto: il muro come riappropriazione, come opportunità di condividere, esprimere e trasformare la propria condizione. “Sul muro contro i muri”. Semplice, no?


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