Latouche infiamma Roma Tre
Il filosofo ed economista francese 'esporta' l'idea di Decrescita con una partecipatissima conferenza presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Ateneo
Il passaggio di Serge Latouche a Roma Tre non rimarrà inosservato.
Sarà un caso, ma il giorno dopo la bocciatura della Tav Torino Lione da parte della Corte dei Conti transalpina, l’intervento del celebre economista e filosofo nella conferenza tenutasi ieri presso l’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di via Ostiense ha visto un’ampia e interessata partecipazione della componente studentesca dell’università, stupendo persino i suoi organizzatori.
Oltre al principale promotore dell’idea della Decrescita, l’incontro, dal titolo “Quale rapporto tra economia, ecologia e filosofia? L’occasione della crisi”, è stato presenziato anche del filosofo Giacomo Marramao (professore ordinario a Roma Tre).
Ma Latouche non la manda certo a dire. Nel suo intervento, dopo aver proposto un’attenta disamina delle cause economiche della crisi che attaglia il sistema globale, il filosofo ed economista francese, acerrimo nemico del produttivismo che caratterizza il capitalismo finanziario odierno, ha sottolineato quale occasione sia la crisi per ribaltare l’odierno concetto di sviluppo alla base del sistema economico.
L’idea di Decrescita, sviluppata da Latouche in diversi saggi come ‘Breve Trattato sulla Decrescita Serena’, ha il suo perno fondante sulla considerazione, tutto sommato banale, che in un mondo con risorse limitate non sia possibile una crescita all’infinito.
Uno sviluppo futuro sostenibile – sostengono i partigiani della decrescita – presume che prodotti e comportamenti espressione di bisogni indotti dovranno essere ridotti o abbandonati, riconsiderando priorità sociali oggi schiacciate da una visione economica profitto-centrica. In quest’ottica Latouche ha sottolineato come la una tale idea sia fondamentalmente in opposizione all’assunzione della crescita economica misurata dal solo Pil come principio fondamentale di orientamento, In altri termini, la qualità della vita in un pianeta finito non può continuare a fondarsi su una crescita quantitativa generalizzata, ma deve misurarsi sulla capacità di ri-definire priorità, di ri-pensare qualitativamente tecnologie, istituzioni, lavoro.
Tra gli scrosci di applausi che ne hanno accompagnato l’esposizione orale, il filosofo francese ha rilanciato parole d’ordine che tanto sanno di lotta di classe, termine oramai purtroppo dimenticato, ma mai come ora tanto attuale. E dunque il contrasto al produttivismo trova una soluzione nel lavorare meno ma lavorare tutti, all’insegna della riscoperta dei ritmi di vita al di fuori del ciclo della produzione e del consumo di un sistema tacciato di grande falso ideologico, dove il libero scambio altro non è che l’ipocrisia di un protezionismo dei predatori, “la libera volpe nel libero pollaio”.
Come purtroppo di solito accade nel Belpaese, di fronte alla ventata di freschezza d’oltralpe, la reazione è stata, seppur velatamente, improntata al catenaccio.
Con tale atteggiamento infatti il nostrano Marramao ha, nel suo intervento, puntualizzato come “il termine decrescita sia una provocazione. Latouche si ispira ad un nuovo illuminismo che comprende il piano inclinato del nostro modello di sviluppo, tendente sempre ad oltrepassare i propri limiti. I limiti, invece, vanno conosciuti. Bisogna rivoluzionare le nostre istituzioni per renderle compatibili con l’ambiente, l’unico mondo in cui viviamo”. Sicuramente una posizione di chi, nella crisi, non vede certo l’occasione di una riforma radicale di un sistema che sembra oggi essere ai più quanto mai stagnante e prossimo all’implosione.

