Resistenze

Pubblicato il 23 dicembre 2012 | da Daria Bellucco

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La verità di Lampedusa

Un incontro con la neoeletta sindaca dell'isola, Giusi Nicolini e uno spettacolo La Città di Plastica per raccontare le storie dei “naufraghi dello sviluppo”

Giornate come quella inaugurata giovedì 20 dicembre all’Ambra alla Garbatella dovrebbero diventare un’abitudine per i cittadini e per chi le organizza. Un mix di economia, politica, sociologia e arte per raccontare un evento storico, quello dell’immigrazione in Italia, non come un problema da combattere, bensì da risolvere con strumenti non solo legislativi ma anche etici. 

Tutto ha inizio con una lettera che il nuovo sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, rivolge all’Europa. Una lettera che vuole essere un primo appello per far aprire gli occhi sulle politiche migratorie europee che nel corso degli anni hanno creato risentimenti e irragionevole odio tra la popolazione ospitante. La lettera è stata accolta da l’on.Jean Leonard Touadì e insieme alla Compagnia della Luna, compagnia teatrale di Nicola Piovani, produttore dello spettacolo La Città di Plastica, ha dato vita a quest’incontro che ha unito oltre a Giusi Nicolini e lo stesso Touadì, Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati; Shukri Said, Presidentessa dell’Associazione Migrare; Bengesi Battisti sindaco di Corchiano e membro dell’Associazione Comuni Virtuosi e Silvia Resta, giornalista e autrice con Francesco Zarzana dello spettacolo suddetto.

Un incontro che ha dato vita ad un interessante scambio di esperienze e ha aperto uno spiraglio nella fitta rete dei falsi miti creati dalla politica italiana supportata dai media. Quella che, agli occhi di chi ogni giorno si occupa di immigrazione, appare come una vera e propria strategia della paura finalizzata a inquadrare Lampedusa in un’ “iconografia dell’invasione”.  

Nel 2011, durante la Primavera Araba, l’afflusso di immigrati nell’isola è stato di 25.000 tra uomini e donne, un numero sensibilmente inferiore a quello del 2008 quando a raggiungere le coste italiane furono in 35.000. Un numero inconsistente se ci fosse stato un efficiente lavoro di trasferimento da Lampedusa verso gli altri centri d’accoglienza. Eppure Roberto Maroni, l’allora Ministro dell’Interno e la stampa che gli faceva eco, hanno costruito un’emergenza per rafforzare il feticcio della sicurezza.

Per Giusi Nicolini è arrivato il momento di raccontare la verità e mostrare l’altro lato della medaglia, il volto di un’isola che non ha mai avuto paura degli sbarchi e che individua il problema non nella loro presenza ma piuttosto nella mancanza di alcuni servizi basilari per gli isolani come le sale parto, assenti a Lampedusa; oppure i forti danni ambientali causati dallo smaltimento irregolare dei barconi.  “Si parla di tutela internazionale per i diritti umani e si rendono legali atti come il respingimento in mare” continua la Nicolini. Le vittime di tali atti inumani sono quelli che Serge Latouche chiama “i naufraghi dello sviluppo» in una mare, il Mediterraneo, che non è più simbolo di dialogo ma un «grande cimitero all’aperto” afferma Touadì, il quale sottolinea il pesante corto circuito di visoni sul tema immigrazione e la necessità per l’Europa di ritrovare la «propria bussola» pena che la crisi non sia solo della sua economia ma anche del suo umanesimo. In un mondo in continuo movimento, l’Italia rischia un isolamento culturale garantito dalla mancata integrazione di questi popoli. Il diritto d’asilo viene stracciato attraverso le ghettizzazioni che si producono in ogni città d’Italia.

Gli spettatori sollecitati da questo confronto hanno poi assistito allo spettacolo La Città di Plastica – nel giardino dei sogni, in scena fino al 23 dicembre 2012, un viaggio in tre paesi Iran, Afghanistan e Kenya. In ciascuna nazione la storia di una ragazza contemporanea che ogni giorno lotta, con le proprie armi, per i suoi diritti. Neda, la studentessa uccisa a Teheran durante le proteste divampate nel 2009 e barbaramente represse dal regime; Hanifa, ragazza afghana che per sfuggire alla schiavitù dei matrimoni combinati sceglie di darsi fuoco e Rose, keniana operaia delle rose, vittima di quelle multinazionali che incuranti dei concimi killer provocano tumori in tutta la popolazione. In scena un’attrice, Claudia Campagnola, che riesce a rendere con intensità e leggerezza storie di diritti umani e diritti delle donne calpestati. Dalle tre testimonianze, storie di ribellione, soprusi e ingiustizie si solleva un’onda che è il grido di libertà che queste e tante altre donne in tutto il mondo intonano ogni giorno per ribattere i loro diritti. 




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