Il domani del 15 Ottobre
All'indomani del World Global Change tentiamo una prima analisi. Iniziamo riprendendo l'intervista con Luciano Ummarino
A pochi giorni dalla manifestazione di Sabato 15 Ottobre, ci sembra dovuto dare spazio alle riflessioni su quanto è successo. Lo facciamo innanzitutto tornando a parlare con Luciano Ummarino, attivista di Casetta Rossa e redattore del bimestrale Loop. Con lui, ripartiamo da dove ci siamo lasciati nell’ultima intervista, nel tentativo di offrire una sintesi ed un confronto tra il prima e il dopo. Inoltre a breve, sul nostro sito, pubblicheremo una videointervista in cui alcune delle più importanti realtà sociali del Municipio XI raccontano a CORE la ‘loro’ manifestazione. Uno sguardo davvero diverso, più intimo e a nostro parere più utile, per dare spazio ai contenuti oltre che alle immagini.
Caro Luciano, eccoci all’indomani del ‘worldglobalchange’ con altri e più difficili punti interrogativi. Il 15 Ottobre è stato. Difficile rispondere alla domanda ‘cosa è stato’. Proviamo con un più semplice ‘come è stato?’
Il corteo è dovuto partire in anticipo a causa della grande partecipazione. C’era una marea di gente. La stragrande maggioranza non organizzata in nessun tipo di spezzone. Una bellissima composizione. E’ stata una splendida partenza. A via Cavour sinceramente avevamo già capito quale era l’aria. Dietro al nostro striscione, di Casetta Rossa, c’erano tanti bambini e quindi abbiamo continuato cercando di non finire in mezzo a situazioni complicate. Non è stato difficile, ma parecchio alienante. Per il resto che dire. Comparando Roma alle altre manifestazioni del mondo abbiamo assistito ancora a delle grandi anomalie: la prima è che quella capitolina è stata, di gran lunga, la più partecipata iniziativa a livello globale, non credo fossimo meno di 500.000 casomai di più. La seconda è che la manifestazione nostrana è stata l’unica così movimentata per usare un eufemismo. Una terza anomalia è che, quella di Sabato, è stata una manifestazione iniziata, ma mai conclusa. Si discute molto in queste ore sui fatti, sugli scontri. Io penso una cosa semplice che in piazza mi appariva chiara: non c’è stato nessun moto di rivolta generazionale, nessuna esplosione di rabbia spontanea. C’è stato un uso estetico e concreto dello scontro di piazza a fini politici. Nessuno scandalo per quanto mi riguarda, ma non veniamoci a raccontare che siamo di fronte alla genesi di una rivolta. Qualcuno ha scritto che la piazza si è infiammata e c’è stata grande partecipazione a fianco dei “fighter”. Se fosse stato così avremmo assistitito a un fatto nuovo e molto interessante. Ma così non è stato.
Prima della manifestazione ti chiedevo dei rischi che la minacciavano. E tu rispondevi ‘Se dovessi avere una visione mi piacerebbe assistere all’occupazione di una grande piazza da parte di migliaia di giovani sconosciuti, alieni alle dinamiche di tattica, potere e egemonia ‘. Abbiamo assistito ad una visione opposta? (vedi http://www.coreonline.it/Articoli.aspx/130/intervista-a-luciano-sulla-manifestazione-del-15-ottobre-2011)
Esattamente. Credo che alla base dei fatti di ieri ci sia un ragionamento più o meno latente intorno all’egemonia. Tra le anime del “movimento” ci si fanno dispetti (sì, come a scuola) reciproci anche quando, di fatto, la stragrande maggioranza del corteo era estranea a qualsiasi forma di organizzazione del movimento. Siamo l’Italietta anche per questo. La realtà è che in Italia negli ultimi mesi non c’è stata nessuna esperienza che potesse somigliare a quella degli indignados spagnoli o alle più recenti forme di protesta made in USA. Sul corteo si sono proiettate tutte le aspettative e le tensioni che qualcosa del genere potesse avvenire e in questo gioco di possibilità si è determinato il puro caos. Nulla di spontaneo e nulla, nemmeno, di simile al 14 Dicembre dello scorso anno. Poi credo, ma questo con i fatti di Sabato c’entra poco, che ci sia stata anche una speculazione intellettuale esagerata sul tema della rivolta o del tumulto. Gli intellettuali nostrani si innamorano spassionatamente per le forme di ribellione di piazza quando queste avvengono lontano da qui. Ho letto cose abbastanza imbarazzanti sui riot londinesi degli ultimi mesi. Un processo di mitopoiesi di quegli eventi decisamente alieno da una lettura seria dei fatti. Insomma per tagliarla breve una piccola minoranza del corteo ha partecipato agli scontri, una minoranza del corteo era organizzato con le sigle di movimento. La maggioranza era composta da persone senza appartenenza o identità specifica. E queste persone non sono rappresentate certamente dai partiti, ma tantomeno dalle sigle del movimento. La scommessa di ieri a mio avviso era questa: costruire un luogo, una piazza che potesse diventare un laboratorio politico, uno spazio condiviso da molte persone. E’ questo il meccanismo che in altri paesi ha consentito un livello di partecipazione così alto e duraturo. Le organizzazioni si sono sciolte dentro la sperimentazione di uno spazio pubblico del tutto nuovo e abitato dalla democrazia diretta e reale. In Italia paradossalmente è accaduto l’inverso. Almeno per ora. Il corteo sfilava per spezzoni separati e distinti e a volte in contrapposizione. E’ stata un’occasione persa.
Quali sono a tuo parere i danni e i costi reali della giornata di Sabato?
Prima di tutto i feriti e le persone arrestate. Nessuno parla di loro. Nessuno si occupa di capire che cosa accade alle persone trattenute dalla polizia. Poi i danni permanenti come quelli all’attivista di Sel che ha perso due dita. Il danno politico può essere ridotto se si sarà capaci di non finire dentro una balcanizzazione delle relazioni tra le anime dei movimenti. Non sarebbe un bello spettacolo. Se a sfilare c’erano 500.000 persone va costruito subito uno spazio aperto alla partecipazione di tutti. Ricominciare da una piazza? Non ho le idee chiare, ma la grande partecipazione di ieri non è un caso nè un fatto secondario. Certo vanno condivise anche delle regole di convivenza. Se è vero che qualcuno ha determinato irresponsabilmente la degenerazione dell’intero corteo è vero anche che risulta insopportabile l’atteggiamento delatorio a cui si assiste nelle ultime ore in rete: foto dei “cattivi” postate nei socialnetwork, gruppi come “aiutiamo la polizia a trovare i Black Block”. Per trovare regole di convivenza che consentano una grande partecipazione va immaginato un luogo lontano dall’essere un coordinamento e un palcoscenico tra e per sigle.
E’ ancora viva la speranza ‘che il 15 Ottobre sia una miccia in grado di innescare una grande mobilitazione alimentata da una nuova generazione che, finalmente, si decida a prendere presente e futuro tra le mani‘ ? (vedi http://www.coreonline.it/Articoli.aspx/130/intervista-a-luciano-sulla-manifestazione-del-15-ottobre-2011)
Detto così sembra una profezia di quello che è successo se non fosse altro che in realtà quelli a cui abbiamo assistito sono fuochi fatui e non derivanti dalla consapevolezza e della rabbia di una generazione in cerca di presente e futuro. La speranza è in quello che dicevamo prima. Quel corteo è partito e non è mai arrivato. Il viaggio va ripreso insieme a tutti quelli che c’erano. Se saremo capaci di farlo la speranza mi sembra concreta vista l’imponenza della manifestazione di ieri e la voglia evidente tra i partecipanti di trovare una forma nuova che consenta di lottare insieme contro la dittatura della finanza globale e contro la crisi. E magari prenderci anche la soddisfazione di mandare a casa Berlusconi.

