Resistenze

Pubblicato il 18 aprile 2011 | da Enrico Giordano

0

Contro la legge Tarzia, per la tutela del diritto di scelta delle donne

Una manifestazione in difesa dei consultori per scongiurare l'avvento del privato, tendenzialmente antiabortista

 

Un corteo partecipato, pacifico e colorato, quello partito la mattina di giovedì 14 aprile dal consultorio di Via dei Lincei alla volta della Regione Lazio. La popolosa manifestazione aveva lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica -quasi assopita- riguardo alla cosiddetta “legge Tarzia”, nonché di richiamare la diretta attenzione della presidente della Regione, Renata Polverini, sulle istanze del movimento che a questa legge si oppone con una sempre crescente determinazione. Organizzato dall’Assemblea permanente delle donne per i consultori, il corteo/sit-in ha visto anche la partecipazione di SeL e IdV, nonché delle numerose realtà che compongono l’Assemblea (in tutto una cinquantina, comprese entità politiche e sindacali): presente anche parte del comitato “Se non ora quando?”.

Alla testa della manifestazione giovani mamme portavano i bambini nel passeggino, seguite da numerosi striscioni che manifestavano la solidarietà e la sensibilità delle associazioni e di parte del mondo politico. Un gruppo di artisti di strada ha rallegrato il corteo con musiche e danze, regalando una generale atmosfera di serenità che conciliava con lo spirito della protesta. Le numerose casse colorate, contenenti le 80mila firme raccolte finora (ed in continuo aumento), accompagnavano la dimostrazione, mentre venivano ribaditi a gran voce i motivi della protesta. Soltanto alla fine un po’ di agitazione, quando è stato bloccato un consigliere dell’FdS che, insieme ad una delegazione di donne dell’Assemblea e ad altri consiglieri d’opposizione, si stava recando dentro la Regione. La presidente Polverini sembra non voler dare ascolto alle istanze del movimento; anche se, assicura l’assessore regionale ai servizi sociali Aldo Forte, diverse audizioni sono state effettuate in merito, e alcune parti della norma sono già in discussione. L’assessore si è poi impegnato ad organizzare un incontro tra la presidente Polverini e l’Assemblea, anche se si è lasciato scappare commenti provocatori.

La legge Tarzia prevede sostanzialmente l’equiparazione dei consultori privati a quelli pubblici; ciò consente ai primi, strutture gestite per lo più da associazioni private, familiari, pro-life, e spesso facenti capo a diocesi, di essere finanziati anche dalla Regione. Nel testo si fa spesso riferimento ad una generica “tutela della vita”, che rivela l’impostazione esplicitamente anti-abortista della norma. Ad esempio il primo articolo cita, al comma 3: “La regione tutela la vita nascente ed il figlio concepito come membro della famiglia”. Tra le implicazioni pratiche, un assegno di sostegno sarà destinato alla donna che sceglie di non abortire, frutto di fondi non meglio specificati; sembra poi che i soldi a disposizione siano minimi, tali da consentire un aiuto concreto solo alle donne sotto alla soglia di povertà (500 euro al mese).

Ciò che viene criticato maggiormente riguarda poi la “concessione di fatto” dei consultori pubblici ad istituzioni private, anti-abortiste; esse avranno il preciso scopo di far desistere la donna dall’abortire, sottoponendola in primis a “consulenze” colpevolizzanti, in cui nel nome della legge regionale e della sacralità della vita verranno fatte pressioni su una donna (o una ragazza) già sconvolta dalla grave decisione che gli è affidata. L’articolo 26 prevede infatti la presenza, all’interno dei consultori, di un comitato Bioetica formato da “un esperto di materia bioetica, un giurista, un medico legale, un educatore, uno psicologo, un farmacologo” [art. 26.2]. Ufficialmente strumento di sostegno e consulenza, sarà di fatto una giuria cui la donna che intende abortire dovrà sottoporsi; concluso il ciclo di informazione moralizzante, ella dovrà poi sottoscrivere la sua decisione, che risulterà “consenso o dissenso informato della donna risultante da apposita verbalizzazione alle proposte del consultorio. Se la donna rifiuta si apre il ‘secondo procedimento’, già disciplinato dalla legge sull’interruzione volontaria della gravidanza […]”. Soltanto dopo aver sopportato l’invadenza del comitato Bioetica e della firma alla propria decisione, quindi, la donna che intende abortire può consegnarsi a quanto stabilisce la legge sancita nel 1978.

Chi giovedì era in piazza protestava contro un provvedimento “ideologico” e, come si espresse l’IdV, una “controriforma confessionale”; auspicava (e continua a farlo) il ritorno e il miglioramento di consultori laici e pubblici, senza intromissioni di associazioni private, per una piena attuazione della libertà di scelta della donna in questioni così delicate.

15 – 05 – 2011




Back to Top ↑