Arriva Camila, portiamola al bar (e al centro congressi)
Accoglienza “surreale” per la visita a Roma della leader del movimento studentesco cileno Camila Vallejo
Dalle piazze cilene ai bar radical chic di via Ostiense la visita di Camila Vallejo a Roma è stata come lo stridere di un gesso sulla lavagna. Se da da una parte la leader del movimento studentesco cileno, lo scorso sabato di tappa a Roma per un tour informativo sul suo Cile, ha portato una ventata di freschezza e di entusiasmo nella stantia sinistra romana, d’altro canto la sua presenza ha forse riacceso i riflettori sulle cause del vuoto politico di cui sicuramente oggi la sinistra post-comunista è vittima e carnefice allo stesso tempo.
Contesi tra un incontro in pieno vetero stile con Diliberto & Ferrero nel primo pomeriggio presso il centro congressi di via Cavour e un più soffice aperi-poli-tivo con Vendola e i giovani Sellini di Tilt al Caffè Letterario di via Ostiense, Camila, Karol Cariola, segretaria della gioventù comunista cilena, e Jorge Murua, del sindacato Cut, hanno raccontato dal vivo la mobilitazione più importante nella storia cilena dall’inizio della dittatura di Pinochet.
Da agosto 2011 gli studenti cileni hanno occupato circa settecento istituti, portando in piazza più di un milione di persone per chiedere la ripubblicizzazione dell’istruzione, visto che in Cile l’educazione superiore ed universitaria sono completamente in mano ad istituzioni private, le cui rette sono tra le più alte dei paesi dell’Ocse e le famiglie si indebitano per far studiare i figli. Un modello ereditato dalle riforme liberiste dei militari che, dopo quaranta anni, sembrano essere indigeste anche per i fino ad ora sottomessi cittadini cileni. La protesta degli studenti della Tigre Sudamericana – soprannome dato al Cile per il suo forte tasso di crescita del Pil negli ultimi anni – deriva dallo sviluppo diseguale della società del paese di Salvador Allende, il cui aumento della ricchezza, derivante per buona parte da un economia orientata alle esportazioni di materie prime, è stato più che compensato in negativo dall’aumento delle diseguaglianze sociali.
Il movimento del 2011, hanno sottolineato gli stessi leader, è nato dalle mobilitazioni studentesche iniziate nel 2006, le quali hanno progressivamente trovato un consenso trasversale in tutti i settori della società portando altre categorie di lavoratori a scioperi ed azioni di solidarietà con gli studenti. Una protesta “sindacale” traformatasi in battaglia politica di tutta la società cilena e, soprattutto, di chi più subisce le conseguenze di un’estrema segmentazione redistributiva della ricchezza.
Belli e bravi, i giovani cileni, ma sopratutto uniti nell’obiettivo politico di ottenere una pubblica istruzione universitaria, nonché fermi nel ribadire che i protagonisti del Movimiento sono rimasti a Santiago e nelle altre città, mentre loro si esprimono solo in qualità di portavoce. Umiltà distante anni luce dai non più giovani custodi delle ridotte post comuniste della politica nostrana, la cui frammentazione e la distanza dalla società reale non può non aver risaltato agli occhi dei compagni d’oltreoceano.
Sarebbe proprio ora Que se vayan todos!

