Giù le mani dall’acqua: la lotta per l’oro blu
Dopo il referendum del 2011 nel quale la maggioranza dei votanti ha scelto il “no” sulla privatizzazione di un bene pubblico come l’acqua, il governo continua ad ignorare tale espressione di volontà attuando una politica a favore della privatizzazione. Almeno fino ad ora.
Con 122 voti favorevoli, nessun contrario e 41 astenuti, il 28 luglio 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta la Risoluzione 64/292 riconoscendo come un diritto umano primario la pubblica accessibilità ad acqua sicura e pulita.
La votazione delle Nazioni Unite ha scosso gli animi di tantissimi cittadini e ha dato il giusto slancio per iniziare a considerare l’acqua per ciò che realmente è: un bene fondamentale per il sostentamento del genere umano, quindi un diritto primario da difendere.
La storia italiana per la difesa del diritto all’acqua pubblica parte da lontano, certamente prima rispetto alla risoluzione Onu del 2010.
In Italia la gestione diretta dei servizi pubblici, compresi gli acquedotti, inizia sotto il governo Giolitti facendo perno sulle stesse motivazioni: le necessità primarie devono essere assicurate da un servizio pubblico accessibile a tutti che non deve esser asservito alle capacità economiche dei singoli.
Ma l’Italia del 1994 è già pronta per avviare il processo di privatizzazione che con la Legge Galli n.36 del 5 gennaio punta a semplificare una gestione considerata troppo complessa perché condotta da troppe società e con la presenza di un numero di amministratori addirittura superiore a quello dei comuni serviti.
Anche i processi di potabilizzazione dell’acqua andavano snelliti e la Legge n.36 ha introdotto il cosiddetto “ciclo integrato dell’acqua” che prevede un unico gestore per l’intera filiera.
Nell’anno 2000 viene approvato il decreto legislativo chiamato “TUEL” (Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali) che, a quanto riportato dal sito del Senato della Repubblica, sostiene “tre modalità di affidamento per la gestione del servizio idrico: alle Spa private affidamento tramite gara; alle Spa miste pubblico-private affidamento nel quale il privato sia stato scelto tramite gare e infine alle Spa pubbliche attraverso affidamento diretto”.
Nel giugno 2008 un’altra novità introdotta con la manovra estiva la quale prevede: “l’affidamento ai privati tramite gara e solo in via derogatoria questo può essere fatto senza gara, mentre verso società a totale capitale pubblico (le cosiddette in house) l’affidamento deve essere espletato nel rispetto dei tre criteri Ue elencati poco sopra”.
Ci si stava avviando al 31 dicembre 2011, data che avrebbe segnato l’affidamento delle gestioni in house per il 40% a privati, scelti tramite gara pubblica, oppure, a società miste nelle quali le componenti private sarebbero state selezionate mediante gare.
Nella consultazione popolare del giugno 2011 il 54% degli elettori ha votato contro la privatizzazione del sistema idrico.
I governi che si sono succeduti da allora hanno lavorato per favorire la privatizzazione in contrasto con la volontà espressa dai cittadini nel voto ed oggi ci si chiede quali motivazioni spingano il governo a non prendere in considerazione la scelta espressa dal “popolo sovrano”.
Il pretesto accampato dalla politica sostenitrice della privatizzazione, consiste nella (presunta) necessità di adeguarsi agli altri stati europei. Tale motivazione però regge poco.
Differentemente da quanto supposto da chi è a favore della privatizzazione, infatti, l’acqua è considerata parte integrante del patrimonio dell’umanità, come stabilito -solo per citare un esempio- dalla risoluzione Onu in apertura articolo.
Pochi giorni fa a Montecitorio è stato approvato il disegno di legge sulla tutela e la gestione pubblica delle acque.
Il testo originale è stato però stravolto e adattato alla volontà del Pd e della maggioranza. Approvazione fasulla quindi e molto lontana dal potersi considerare un ddl degno di essere chiamato tale in un paese democratico.
Dal sito www.acquabenecomune.org del Forum Italiano dei movimenti per l’acqua, traspare lo sdegno di una minoranza alla quale è necessario dare voce e supportare il più possibile: “La cancellazione della volontà popolare di 27 milioni di italiani che si espressero in favore dell’acqua pubblica ai referendum, arriva a pochi giorni dalla tornata referendaria del 17 aprile, sulla quale la maggioranza di Governo ha fatto campagna per l’astensionismo, il disconoscimento di un percorso di partecipazione come quello sulla gestione pubblica del servizio idrico rappresenta un preoccupante segnale per la democrazia nel nostro paese”.

