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Pubblicato il 3 novembre 2014 | da Linda Mastrandrea

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TTIP, pomodori Ogm e profitto selvaggio

Cos'è e perché non piace il (non più) segreto trattato bilaterale Usa-Ue

In un futuro molto vicino nei supermercati nostrani potremmo trovare alimenti geneticamente modificati. In quello stesso futuro, se le autorità sanitarie locali dovessero decidere di ritirare tali prodotti dal commercio perché ritenuti dannosi alla salute, il governo potrebbe essere citato in tribunale per aver causato un danno al profitto di chi vende quei prodotti.

Sono due possibili conseguenze del Trans-atlantic trade and investment partnership, un accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti finalizzato alla rimozione di ogni barriera, doganale e non, per un ampio spettro di settori economici. Obiettivo ufficiale di quest’ultimo parto del neo-liberismo, la promozione di una maggiore crescita per entrambe i blocchi e la creazione di nuovi posti di lavoro.
Le discussioni del Trattato hanno avuto inizio in gran segreto nel Gennaio 2013 e sono giunte a fase conclusiva solo negli ultimi giorni.

Non c’è bisogno di addentrarsi in tecnicismi per comprendere, e condividere, le numerose proteste come il flashmob del 22 ottobre a Roma organizzata dalla campagna Stop TTIP italia, le critiche promosse dalla CGIL e da varie altre parti sociali ma anche i numerosi moniti di economisti quali i Premi Nobel Stiglitz e Krugman.

I nodi del trattato

Una prima criticità è legata alla qualità dei prodotti: eliminando le barriere al commercio si permetterebbe di scavalcare regolamentazioni qualitative sui beni. Sul mercato europeo si riverserebbero Ogm, carne agli ormoni e fabbricazioni avvenute senza alcun vincolo energetico o ambientale. Nel caso italiano questo si tradurrebbe in gravi ripercussioni sul settore agroalimentare, oggi fondamentale nelle esportazioni, oltre che sulla salute dei cittadini.

La deregolamentazione andrebbe poi ad influire sulle condizioni del lavoro e butterebbe fuori dal mercato le piccole imprese. Un meccanismo per cui la maggior parte dell’imprenditoria italiana verrebbe spiazzata dall’avvento di multinazionali aggressive e a piede libero.
Meno garanzie e tutele per consumatori, lavoratori e proprietà intellettuale. Grave inoltre il danno per la privacy personale, dal momento che tutti i dati personali andrebbero a finire nel grande flusso di informazioni controllato dagli Stati Uniti in nome di un’uniformità di gestione degli stessi dati.

Cambierebbe il ruolo economico di ogni Paese europeo a livello globale in quanto il TTIP prevede lo scambio con gli Stati Uniti a discapito del commercio interno all’Unione Europea, per non parlare della proposta di creare uno spazio finanziario comune che abbia però regole separate, che consentirà alle piazze finanziarie americane di perpetrare ben note tendenze speculative. Lascia poi quantomeno perplessi la clausola di risoluzione delle controversie tra investitori e Stato che conferisce alle multinazionali lo spaventoso potere di citare in giudizio in via diretta un governo che abbia posto in essere delle regolamentazioni che ne ledano la possibilità di profitto.

Nel prossimo futuro quindi non sarà assurdo immaginare che Monsanto possa agire contro l’Italia se questa vorrà introdurre leggi in tutela della salute del consumatore, e che potrà persino vincere proprio in forza degli accordi siglati dal TTIP. Vi sono poi importanti implicazioni monetarie in virtu’ delle quali il dollaro americano, già unità di riserva e di scambi per l’aggregato mondiale, diventerà ancora più importante.

Priorità al profitto

In conclusione l’accordo, dichiarato dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi un priorità per il semestre di presidenza italiano in UE, sacrificherà persone, lavoratori ed equilibri tanto politici quanto economici, inseguendo il miraggio di un’ armonizzazione con gli Stati Uniti in direzione di un mercato migliore.

Ma dietro le quinte di tali roboanti dichiarazioni si intravede invece una precisa scelta politica. Viene privilegiata infatti un’opzione che condurrà a qualche punto di Pil in più in un momento storico critico in cui il solo obiettivo della crescita economica è considerato peraltro insufficiente, se non contemperato dalla realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile su cui si sprecano fiumi di parole e di conferenze, ma ben pochi fatti.

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