Dispacci ruanda

Pubblicato il 6 aprile 2016 | da Chiara Baldani

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Roma ricorda il genocidio dei Tutsi

La comunità Ruandese della Capitale, con il patrocinio del Municipio VIII, presenta il convegno “Lotta contro l’ideologia genocidaria e negazionismo”in occasione della XXII Giornata della memoria.

Era l’estate del 1994 quando in Ruanda si consumava una delle più grandi tragedie dell’ultimo secolo, il genocidio dell’etnia Tutsi.
Una catastrofe umanitaria spesso dimenticata in occidente, in memoria della quale venerdì 8 aprile si svolgerà, presso l’Auditorium dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi – dalle ore 9:00 – il convegno “Lotta contro l’ideologia genocidaria e negazionismo”.
All’incontro, che si terrà in occasione della XXII Giornata della memoria per il genocidio dei Tutsi in Ruanda e sarà patrocinato dal Municipio VIII, presenzieranno autorità provenienti dal mondo accademico, diplomatico, rappresentanti di Onlus e movimenti migratori.

Originariamente le espressioni “Hutu” e “Tutsi” descrivevano lo status delle persone: coltivatori i primi, allevatori di bestiame i secondi. L’usanza di sposarsi all’interno del gruppo di appartenenza ha portato durante le generazioni, a una distinzione fisica tra i due gruppi: i pastori erano alti e magri, mentre i coltivatori erano di costituzione più robusta e di statura più bassa. Un’altra popolazione abita il Ruanda: i Twa, facilmente distinguibili da Hutu e Tutsi per la loro bassa statura (conosciuti anche come pigmei), che costituiscono l’1 % della popolazione
Hutu e Tutsi sono nomi che indicano i due gruppi etnici che rappresentano la quasi totalità della popolazione del Ruanda e del Burundi. Gli Hutu, maggioranza con circa l’85% della popolazione, mentre i Tutsi sono solo il 14%.
La storia del Ruanda e del Burundi prima dell’arrivo delle spedizioni europee, è quella di due regni feudali dalla struttura simile ma con importanti differenze consolidatisi con un lungo processo. Lingua, religione e tradizioni erano le stesse per entrambe le etnie.manifestoRuanda

Il Burundi pur essendo simile al Ruanda per composizione della popolazione e divisione dei ruoli tra Hutu e Tutsi, presentava però alcuni tratti distintivi.
La sua struttura feudale si caratterizzava per l’esistenza di una classe nobile ritenuta «neutra», cioè né Hutu né Tutsi, i cosiddetti Ganwa, che si mostravano assai riluttanti a concedere un ruolo preponderante al sovrano.

Dopo la Conferenza di Berlino i regni del Ruanda e del Burundi caddero sotto la sfera di influenza tedesca.
I motivi che rendono necessaria una riflessione sul genocidio del 1994 in Ruanda trascendono dagli eventi politici che li hanno causati. L’attenzione va spostata sui comportamenti degli esseri umani e poi sulla politica.
Si fece largo infatti, l’idea che i Tutsi fossero una popolazione con una distinta origine razziale rispetto agli Hutu.Questa idea si consolidò nelle menti e condusse a quegli eventi ancora troppo poco noti. (link per un approfondimento).

La crescita dei movimenti africani indipendentisti rimise in discussione gli equilibri e le alleanze nella regione. La classe dirigente Tutsi seppure con dei limiti, aveva avuto accesso all’istruzione ed iniziò a partecipare al fermento politico delle élite africane del tempo.

Dal 1959 fino all’indipendenza, il Ruanda visse uno dei periodi più travagliati della sua storia, la cosiddetta «rivoluzione sociale», durante la quale gran parte dei Tutsi fu costretta all’esilio o uccisa negli scontri etnici che insanguinarono il paese.
Nacque la diaspora Tutsi verso altri paesi quali l’Uganda, laTanzania, lo Zaire (dove alcuni si uniranno all’allora giovane Kabila – attuale presidente della Repubblica democratica del Congo – e al suo movimento di guerriglia anti-imperialista).
Crebbe la forza degli estremisti Hutu e il loro messaggio fu chiaro e semplice: coloro i quali decisero di non collaborare alla causa Hutu furono venduti ai Tutsi.
Molti leader Hutu democratici sostennero coraggiosamente il processo di pace tra le accuse degli estremisti. Il resto fu cronaca. Il presidente Habyarimana venne ucciso mentre era in volo sopra l’aeroporto di Kigali il 4 aprile 1994.
L’escalation di violenza e di uccisioni indiscriminate ebbero la meglio.
Scattò l’operazione francese “Turquoise” nel Sud-Ovest del Ruanda, volta ufficialmente ad evitare un ennesimo e finale bagno di sangue. La latitanza dell’Onu fu totale e sconcertante, basti pensare che proprio all’inizio dei massacri venne fortemente ridotto il contingente militare già presente in Ruanda.
Per molti anni incursioni armate Tutsi a partire dai paesi vicini, provocarono le violente reazioni degli Hutu sui Tutsi rimasti ancora in Ruanda, con decine di migliaia di vittime.
Durante uno dei tanti raid Hutu, un bambino Tutsi di quattro anni fu costretto a scappare con la sua famiglia: il nome di quel bambino è Paul Kagame, oggi Presidente della Repubblica e uomo forte del Ruanda, tornato nel suo paese dopo 33 anni.

Le informazioni corrette su quanto successo in quegli anni roventi sono ancora troppo poche e non sottolineano come il genocidio fu l’effetto di avidità e di corruzione: due parole sempre troppo presenti anche in molte altre realtà.

Core ha intervistato Marie Claire Safari, rappresentante della Comunità Ruandese in Italia.

La Commissione nazionale per la lotta all’ideologia del genocidio ha richiesto che il tema fosse “La lotta contro l’ideologia genocidaria e il negazionismo”. Può spiegarci in cosa consiste l’ideologia del negazionismo?

«La Commissione nazionale ha scelto per il 2016 questo tema assai importante contro l’ideologia del negazionismo. Questo tema ci richiama a pensare a cosa è successo. Mancano all’appello molte persone, dove sono finite? Fa male pensare che ci sia ancora chi voglia far credere che nulla sia stato vero di quel genocidio. È accaduto davvero e dobbiamo avvisare tutto il mondo affinché non avvenga mai più. Dobbiamo riconoscere le strategie politiche che hanno portato a quella tragedia, strategie messe in atto dai paesi colonizzatori. È stato un genocidio deciso ed organizzato. Dobbiamo far sapere cosa è successo per far si che non accada mai più in nessuna parte del mondo».

Colpisce la sua affermazione nel comunicato stampa dell’evento quando afferma che “ il processo di riconciliazione è fondamentale per permettere l’elaborazione di questo lutto collettivo, ma perché sia completo è necessario che gli eventi siano raccontati in maniera corretta”. Può spiegarci a cosa o a chi si riferisce?

«La riconciliazione tra etnie è stata la base della ricostruzione del Ruanda e della sua rinascita.
È stato il primo passo compiuto, prima ci siamo perdonati, poi c’è stata la riconciliazione. Dovevamo ricominciare da capo e convivere con chi ha ucciso i vicini di casa. È un processo lungo ma è già iniziato 22 anni fa. I sopravvissuti che vivono in Italia sono per noi un esempio e li consideriamo eroi. In Ruanda abbiamo l’esempio di chi è rimasto e prendiamo forza da loro».

Qual è il suo rapporto con il Ruanda?

«È un rapporto molto stretto, io vivo in Italia da molti anni e qui ho la mia famiglia. Ma in Ruanda ci sono i miei parenti, io sono Ruandese, e il Ruanda è casa mia.

Quali sono i canali di comunicazione fra la diaspora e la patria?

«I Ruandesi della diaspora sono sparsi nel mondo, stiamo costruendo un network anche con chi vive in Oceania. Il nostro progetto è quello di creare un collegamento per poter aiutare il nostro paese e per poter tornare a viverci. È un paese che sta crescendo grazie al rientro dei Ruandesi che portano il know- how acquisito nei paesi nei quali sono emigrati».

Credo sia importante far sapere che Roma nel suo piccolo è attenta a quanto accaduto in quell’anno. Queste commemorazioni arrivano fino a chi vive in Ruanda o rimangono appannaggio di chi si è trasferito qui?

«Le commemorazioni servono per noi, per ricordare i nostri cari e servono a far sapere alla cittadinanza italiana cosa è successo in quell’anno. Nel 1994 la stampa internazionale non ne ha parlato molto pensando fosse solo una guerra tribale. È importante parlarne ancora per destare le coscienze. A livello politico è difficile parlarne perché richiamiamo a delle responsabilità Occidentali che non sono state adempiute, chi sapeva non ci ha voluto difendere dal genocidio. BanKi – moon è andato in Ruanda per chiedere scusa per quanto accaduto, abbiamo apprezzato molto questo gesto».

Qual è il suo rapporto con chi è rimasto in Ruanda?

«È un rapporto molto forte. Ogni volta che torno dal Ruanda sono io più forte grazie alla testimonianza delle persone che vivono lì. Hanno ricominciato da capo e per me sono un esempio di vita. È gente alla quale è stata strappata la dignità, donne stuprate, annientate. Ma si sono rialzate e io apprendo da loro. Sono fiera di essere Ruandese».

La comunità Italiana vi sta aiutando? Come?

«Abbiamo tantissimi amici italiani che hanno abbracciato la nostra causa e ci aiutano a portarla avanti. Siamo fieri di vivere in questo paese. Molti italiani sono stati in Ruanda nel 1994, hanno visto con i loro occhi quanto accaduto e soffrono con noi. Hanno visto eventi che non possono essere neppure raccontati tanto cruenti. Ci supportano e ci capiscono».

È corretto secondo lei tornare al passato coloniale per spiegare il genocidio?

«Il genocidio è accaduto per via della colonizzazione. L’odio è stato instaurato durante quel periodo e questo si deve sapere. L’odio è stato una conseguenza dell’ignoranza rispetto le nostre usanzeda parte dei colonizzatori. Il termine ‘colonizzazione’ ci pesa, per noi equivale all’annientamento delle nostre usanze».

 

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