Una piazza per libri e librai
Per non rassegnarsi a sparire a causa della grande distribuzione, le piccole librerie provano a ingegnarsi e progettano una fiera
Giovedì scorso in piazza Santi Apostoli si è svolta una manifestazione (denominata “Book Mob”) di librai dell’usato e studi bibliografici di Roma e provincia per chiedere l’avvio di una serie di politiche a sostegno della categoria. La promozione e l’organizzazione dell’evento erano affidati all’associazione Pagine Romane che cerca di mettere in rete le librerie rimaste ancora in attività. Già, perché solo negli ultimi anni un grande numero di negozi, anche storici o almeno con una certa tradizione, hanno chiuso. I librai avanzano richieste concrete: perché non organizzare una volta al mese a Piazza Vittorio (scelta per la sua posizione e per il riparo offerto dai portici) una fiera del libro usato e d’antiquariato che offra ai librai un sostegno economico e ai lettori un punto di riferimento? In altre città simili iniziative sono ormai tradizionali. Per esempio, a Milano, da settembre a giugno ogni seconda domenica del mese si svolge il mercato di Piazza Diaz al quale partecipano anche alcuni librai romani. Il ragionamento dell’associazione è semplice: se una simile iniziativa funziona a Milano perché non potrebbe avere successo anche a Roma? Perché tagliare fuori le librerie del sud e del centro che non possono raggiungere la Lombardia ma potrebbero arrivare alla Capitale? Il progetto è in divenire e almeno nelle prime fasi della manifestazione l’affluenza di persone (lettori, ma anche semplici curiosi) non è stata massiccia. In ogni caso la questione rimane presente e si intreccia con l’idea di città che si vuole provare a sviluppare nei prossimi anni.
Nel centro di Roma è ormai semplicissimo trovare un locale che offra da mangiare o da bere mentre se si cerca una libreria trovarne una che non appartenga alla grande distribuzione diventa un’impresa. Quelle che si trovano sono spesso soffocate da ristoranti o negozi di souvenir. Se questo fenomeno è particolarmente evidente nelle aree centrali della Capitale, anche a causa della sempre più massiccia ed evidente presenza di turisti, anche altri quartieri iniziano a esserne interessati.
Il problema della sopravvivenza delle librerie non è una questione recente e ha suscitato anche l’interesse del Parlamento: il 20 luglio 2011 fu approvata la cosiddetta Legge Levi che regolamenta l’applicazione degli sconti individuando nel 15% la percentuale massima per i libri nuovi. Lo scopo della legge è proprio cercare di tutelare le librerie indipendenti di fronte alle strategie commerciali della grande distribuzione, soprattutto online. Poche settimane fa, in occasione del Salone del libro di Torino il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha proposto di non far pagare l’IMU ai librai. Un simile provvedimento potrebbe sicuramente fornire un aiuto anche se, come ha fatto notare il presidente di Pagine Romane, sarebbe importante trovare il modo di estendere il beneficio anche ai tanti che non sono proprietari del locale in cui lavorano. I librai e i piccoli editori non possono però attendere passivamente e si danno da fare proponendo di volta in volta nuove idee (qui un articolo di CORE su un’iniziativa di qualche mese fa).
La scomparsa delle librerie (dell’usato e non) si va a inserire in un contesto più ampio che vede una forte sofferenza di negozi di quartiere e botteghe artigiane. Dietro alla loro serranda chiusa scompaiono relazioni sociali e mestieri che difficilmente si riuscirà a ricreare in tempi brevi. Si potrebbe dire che le cose vanno ormai in questa direzione e che si sta cercando di salvare una specie o un ecosistema destinato all’estinzione. In realtà questa fine non è inevitabile. Non è necessario rassegnarsi a quella che è a tutti gli effetti una desertificazione dei rapporti sociali in una città già di per sé estremamente dispersiva. Si tratta di scegliere. Si tratta di decidere se si vuole procedere verso un modello dominato dalla grande distribuzione o tentare di mantenere quell’intreccio di rapporti e relazioni che in Italia, a differenza di altri Paesi, è ancora presente.

