Dispacci

Pubblicato il 20 aprile 2016 | da Chiara Baldani

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Francia, laicità e Islam, attraverso lo sguardo di Jean Baubèrot

Un incontro con Jean Baubérot, storico ed esperto di sociologia delle religioni, sul complesso tema della laicità nel tempo dei fondamentalismi

È stato ospite dell’Università di Roma Tre la scorsa settimana il Professore Emerito Jean Baubérot, lo specialista francese della laicità. Ha introdotto il tema assai complicato della laicità della Francia in relazione alla religione islamica, secondo credo del paese, e minoranza musulmana più grande d’Europa. Baubérot, dichiarando la sua formazione non da esperto di Islam bensì da cittadino di un paese laico quale la Francia, ha annunciato in apertura della conferenza di voler piuttosto offrire «uno sguardo sull’Islam e i musulmani».

A partire dall’epoca medievale, laico è il ‘non chierico’ (clericus) o ‘non ecclesiastico’ nell’ambito della comunità dei fedeli, e laicità concerne quindi lo status di una classe di individui. Mentre il concetto di laicità dello Stato è stato spesso confuso con quello di laicismo. Nel primo caso si ha l’affermazione di un’autonomia, intesa come indipendenza rispetto alla religione; si è all’interno di un ambito agnostico e disponibile al dialogo, che pur relativizzando la priorità della morale religiosa non ne sminuisce la valenza, è disponibile alla mediazione e persegue punti di convergenza e convivenza tra confessioni. Con il concetto di laicismo si è invece in una logica di egemonia tendenzialmente atea che sfocia nel predominio assoluto del politico e dello Stato, nella negazione di ogni spazio di espressione alle confessioni religiose (emblematici i casi dell’ex Unione Sovietica e della Cina).

Doverosa è anche una chiarificazione circa la differenziazione tra Islam, che tutti sappiamo essere una religione monoteistica manifestata tramite il profeta Maometto considerato dai musulmani l’ultimo profeta inviato da Dio, e il fondamentalismo islamico.
Il fondamentalismo, lo suggerisce l’etimologia del termine, è un’estremizzazione teorica e pratica la quale strumentalizza concetti religiosi per fini politici. Gli obiettivi di organizzazioni come al-Qaeda e Daesh sono anti-islamici, in primo luogo perché scatenano una guerra intestina tra i musulmani che è esplicitamente condannata dal Corano; in secondo luogo perché fanno del messaggio liberatorio e rivoluzionario del Corano il pretesto per una violenza cieca. L’opposizione tra amici e nemici è uno sviluppo salafita – ovvero di un movimento ultra-conservatore e favorevole alla guerra santa, il jihad appunto – all’interno dell’Islam sunnita, che il Corano non contempla.

Se è vero che ogni Stato matura le proprie decisioni culturali e politiche a seconda dell’orientamento storico, la Francia è arrivata alla laicità in risposta alla sua natura multiculturale. Secondo Baubérot «almeno dalla fine del Novecento il contesto dei rapporti tra società civile e società religiosa è profondamente mutato in Francia». In questo paese infatti la lacité, non a caso detta de combat, nasce dal superamento della millenaria alleanza di trono e altare, dalla Rivoluzione, dalla filosofia illuministica, dall’esperienza delle guerre, dalle colonizzazioni d’oltre mare. Colonizzazioni (ma non possiamo ridurre solo a questo fattore l’ondata di migrazioni dall’Africa) che hanno innescato una crescita esponenziale di presenza islamica in territorio francese.

Vivere nell’era della globalizzazione significa anche essere testimoni del rapido mutamento delle geografie politiche ed umane: il fenomeno dell’immigrazione non e’ affatto nuovo nella storia dell’umanità, ma ad oggi si svolge in modo del tutto differente. Partecipiamo infatti ad un mescolamento di etnie e culture con ritmi e difficoltà che sollecitano riflessioni su nuovi strumenti politici, legali e sociali. Proprio su questo Baubérot invita ancora a riflettere: «La Repubblica, con il fenomeno delle migrazioni, ha potuto maturare l’idea che la professione di un credo non sarebbe stato un fattore che avrebbe prodotto coesione sociale. La coesione sociale quindi come riferimento per una volontà volta all’agire in un paese dalla forte connotazione pluralista».

In Francia si iniziò a parlare di laicità dello stato nel 1905, data che segnò il senso di distinzione tra religione e società civile con l’istituzione della legge chiamata “separazione delle Chiese e dello Stato”. I legislatori di inizio Novecento erano soprattutto preoccupati di limitare l’influenza del cattolicesimo sulla vita pubblica, infatti le comunità religiose creavano “società” e aggregazione.

Stabilmente presente nell’arena politica, quello della laicità in relazione al fondamentalismo islamico, è un argomento che forse prima di essere politico, andrebbe analizzato sotto gli aspetti dalla connotazione umana.

«Nell’Europa cristiana di oggi» prosegue Baubérot «i musulmani sono presenti con duplice identità sociale: come cittadini degli stati di appartenenza, e come immigrati provenienti dai paesi islamici. Per i primi, in teoria, non dovrebbero presentarsi problemi d’integrazione. Per i secondi le difficoltà sono maggiori perché vivono spesso in luoghi arginati dalla società ospitante, le cosìddette banlieue – le nostre periferie».

Anche in una società espressamente laica come quella francese, i problemi di integrazione non mancano e la cronaca degli scorsi mesi conferma quanto appena supposto. Le banlieue sono popolate da molte realtà autoctone o meno, alcune inserite nello scenario francese, altre tagliate fuori. È possibile rintracciare tra le cause che spingono alcuni giovani ragazzi ad arruolarsi con Daesh proprio il fatto di vivere in una realtà aliena rispetto al resto della società. I dati che il Professor Baubérot riporta sono chiari in merito: «La loro età oscilla dai 16 ai 30 anni, non hanno effettuato studi superiori tranne che in rari casi. Sono figli delle prime generazioni oppure sono scappati dai paesi in guerra». La motivazione che li spinge è studiata da psicologi, sociologi e anche l’antropologia si sta muovendo per dare il proprio contributo ad una domanda di difficile risposta: cosa spinge giovani ragazzi che hanno la possibilità di mettersi in gioco in un paese come la Francia, a diventare martiri? (Per approfondimenti si rimanda all’autorevole professor Scott Atran, antropologo e maggior esponente mondiale in tema di cultura e terrorismo. In particolare questo testo: In Gods We Trust: The Evolutionary Landscape of Religion – Evolution and Cognition Series).

Il professor Baubérot è convinto che una delle motivazioni sia certamente sociale. Chi decide di arruolarsi fa parte di una cultura priva di riferimenti forti, non ha senso di appartenenza e soffre la piaga della deculturizzazione. «L’alternativa è il martirio che è visto, anche da parte femminile, come un atto di estremo coraggio se paragonato ai comportamenti dei ragazzi occidentali». Daesh offre, a chi ne è privo, tutte queste risorse.

Sono quindi proprio la scarsa conoscenza dei principi islamici, l’opinione pubblica  irretita da una vera e propria disinformazione e certe forme di estremismo politico a generare una diffusa incomprensione e un senso di immobilità, che impediscono di mettere in atto forme di socialità e di politica in grado di arginare il fenomeno del terrorismo.




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