Al Nuovo Cinema Palazzo una giornata “contro” il decoro
Quasi un anno fa Tamar Pitch, docente universitaria e autrice di “Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza” attivava, anche in questo spazio, il dibattito sulla strumentalizzazione delle nuove categorie decoro/degrado a fini elettorali e di controllo sociale. Di seguito ripubblichiamo l’intervista, una tra le molte suggestioni che hanno portato all’iniziativa oggi in programma al Nuovo Cinema Palazzo di San Lorenzo.
La giornata inizia alle 16 con una “passeggiata indecorosa” dal Pigneto a San Lorenzo, sotto la guida dell’urbanista Antonello Sotgia. Dalle 18 al cinema Palazzo interventi, reading, proiezioni e un dibattito a cui interverranno tra gli altri Andrea Natella e la stessa Tamar Pitch. Alle 23 ci si sposta ad Esc Atelier per il dj set Music against Decency.
Secondo la Pitch, quando amministrano a colpi di ordinanze e divieti, «i sindaci si comportano come chi, pulendo casa, mette la polvere sotto il tappeto. Povertà e disagio vanno nascosti, visto che non si riesce o non si vuole aggredirne le cause». Riflettere sulla reale portata di concetti astratti e potenzialmente illimitati come il decoro/degrado calandoli nel quotidiano dei quartieri e delle città – soprattutto, delle relazioni sociali che li attraversano – in un dibattito che sia necessariamente anche irriverente e provocatorio, serve a sollevare il tappeto per domandarsi che cosa ci sia sotto e tutto intorno.
Decoro oggi: disordine o disagio sociale?
Carolina Antonucci, 2 febbraio 2015
Nel 2013 la casa editrice Laterza ha pubblicato il suo libro nell’evocativa collana Anticorpi, presentandolo con il seguente incipit: “Hanno contrapposto libertà ed eguaglianza. Hanno fatto dell’eguaglianza l’ostacolo all’affermazione individuale e il freno alla crescita. Ma la libertà sempre meno persone se la possono permettere. E allora, accanto alla paura, ci vuole il decoro per tenere a bada chi non ce la fa”. In un momento in cui si parla molto di “decoro” e si susseguono le iniziative di una parte dei cittadini anche nella nostra città, partendo dal suo libro, cerchiamo di comprendere meglio quali siano i risvolti sociali, politici, culturali e anche giuridici di questa pressante attenzione sul tema.
Professoressa, per iniziare la nostra intervista non possiamo che chiederle cosa si intenda, oggi, con la parola “decoro”.
«Decoro è termine che è invocato in molte ordinanze comunali e in alcune leggi, per giustificare non solo cose buone e giuste (la pulizia delle strade, per esempio, la manutenzione dei monumenti, ecc.), ma anche lalotta contro ciò che evoca “disordine sociale”: la prostituzione di strada, i venditori ambulanti, la mendicità, i lavavetri e così via. In questo senso, come dico nel libro, i sindaci si comportano come chi, pulendo casa, mette la polvere sotto il tappeto. Povertà e disagio vanno nascosti, visto che non si riesce o non si vuole aggredirne le cause».
Quest’uso comune del termine “decoro” sembra andare a braccetto, per rappresentarne l’antidoto, con i termini “degrado”, “insicurezza” e “paura”…
«Povertà e disagio sono produttori di insicurezza, sia per chi è povero, sia per chi ha paura di diventarlo (un ceto medio oggi pericolosamente sul bilico del baratro). E dunque si tracciano, o si cerca di tracciare, confini tra chi è ancora “dentro” e chi già sta “fuori”. Alcuni di questi confini sono materiali: muri, gated communities, ecc. Altri sono simbolici, e si rifanno precisamente alla retorica del “decoro”, con la quale si dividono i “perbene” dai “permale”. Paura e insicurezza sono sentimenti reali e diffusi, e, come molte ricerche mostrano, hanno a che fare con processi che hanno mutato in profondità le condizioni di vita di moltissimi di noi (precarizzazione del lavoro, disoccupazione, migrazioni, ecc.). Questi sentimenti tendono a venir veicolati, come spesso succede, verso capri espiatori (i migranti, gli “zingari”, le prostitute di strada…). Se leggiamo le giustificazioni di molte ordinanze sindacali, vediamo benissimo che i sindaci sono consapevoli di dover affrontare non tanto l’insicurezza, ma la sua percezione da parte dei cittadini. Ossia, sanno che l’insicurezza diffusa non ha a che fare con la consistenza reale della microcriminalità, con le minacce reali all’incolumità delle persone e dei loro beni: tant’è che parlano, appunto, di insicurezza ‘percepita’».
In Rete troviamo blog, pagine sui Social Network, gruppi informali e associazioni che fanno del rispetto del “decoro” una propria crociata. Il suo libro parla anche di questo, della contrapposizione tra “perbene” e “permale”. Che giudizio da su questi “movimenti” di opinione?
«I cittadini e le cittadine si mobilitano in tanti modi. Alcuni di questi modi tendono a produrre “comunità di complici” come le chiama Bauman, ossia comunità, più o meno fittizie, che si compattano attraverso la paura e il rigetto di chi “non è come noi”. Tuttavia, di per sé, la preoccupazione civica per il degrado dei beni comuni è ovviamente cosa buona e giusta, e vi sono molte associazioni di cittadini che si impegnano per contrastare questo degrado senza imputarlo a capri espiatori. Insomma, bisogna distinguere. Il problema è che siamo di fronte ad una crisi profonda dei modi tradizionali con cui nella modernità novecentesca si producevano legami e identità condivise tra individui: i partiti di massa, i sindacati. Il rischio di alcune almeno di queste nuove modalità di aggregazione è che siano escludenti, si formino più attraverso la definizione di chi non è “noi”, che non su ciò che i “noi” decidono di mettere in comune».
L’ansia securitaria, e l’uso demagogico del penale che ne consegue, come esprime alla perfezione Luigi Ferrajoli nella sua conversazione con Mauro Barberis – “Dei delitti e delle garanzie”– è frutto di un bombardamento mediatico che insistentemente torna sul tema “microcriminalità”. Eppure, i dati sui crimini violenti e non (furti), ci parlano di una diminuzione in termini assoluti di questi. Dalla lettura del suo libro mi sembra che Lei sia d’accordo con questa impostazione ma che in un certo senso vada anche oltre. Infatti con l’uso politico del concetto di “decoro” il controllo sociale non ricadrebbe solo sui marginali, ma su tutti i cittadini che andrebbero a sussumere comportamenti ‘socialmente ineccepibili’ pur di non ritrovarsi condannati tra i ‘permale’..
«Concordo naturalmente con Ferrajoli sull’uso strumentale e tutto simbolico del penale del modello sicuritario e sulle conseguenze perverse che questo produce. Aggiungo che le cosiddette politiche di sicurezza, sul piano locale come su quello nazionale e europeo, sono politiche che, invocando sempre nuove “emergenze”, contribuiscono a rafforzare il potere esecutivo rispetto ai parlamenti, a trasformarsi in profezie che si autoavverano (tipici i casi dei migranti e dei rom e sinti), e a produrre nuova insicurezza, nonché, naturalmente, a (tentare di) tenerci tutti in riga. Vorrei concludere accennando all’uso strumentale che delle donne e del femminile fanno queste politiche, spesso appunto giustificate con la necessità di proteggere le “nostre” donne: se davvero volessimo proteggere le “nostre” donne seguendo la logica sicuritaria, allora dovremmo cacciare tutti gli uomini dalle città, o metterli tutti in galera, o, come una volta propose Berlusconi, mettere un poliziotto accanto ad ogni (bella) donna…»

