Cultura jobs act

Pubblicato il 15 novembre 2014 | da Linda Mastrandrea

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Un’idea meravigliosa e semplice

Dallo sciopero sociale al reddito minimo garantito

Lo sciopero sociale del 14 novembre ha visto uniti un insieme eterogeneo di realtà, tra le quali FIOM, COBAS, CUB, USI, USB e alcune frange della CGIL, migranti ma anche studenti universitari e collettivi dei licei,che sono scese nelle piazze italiane con un obiettivo: dire no al Jobs Act di Renzi.

Giunti ormai in Italia alla terza generazione di lavoratori precari è giusto infatti connettere le lotte per proiettarsi con decisione verso la realizzazione dei diritti di tutti, di chi lavora oggi e di chi sarà precario domani.
Un cambiamento in questa direzione è tuttavia possibile solo se si riuscirà a costruire un percorso europeo di opposizione alle dilaganti politiche volte a rendere il lavoro ricattabile e ad allargare la platea dei c.d. ” working poors”.

Durante il percorso di avvicinamento allo sciopero generale si sono incontrati esponenti di Link Roma Tre, Sbilanciamoci, Fiom, Basic Inome Network, Camera del lavoro precario , nell’ambito dell’iniziativa organizzata dal CSOA La Strada il 12 Novembre, dove sono state individuate le piu’ urgenti criticità ma soprattutto è stata fatta luce sulla loro possibile soluzione : il reddito minimo garantito, che tutti vorrebbero, a parole, ma che nessuno, nei fatti, si augura.

E’ dagli anni ’90 che l’Italia si adopera per rendere il mercato del lavoro più docile, facendo venir meno la tutela dei lavoratori e riducendo l’impatto degli ammortizzatori sociali. Secondo l’indicatore EPL ( ” Employment Protection Legislation”), calcolato dall’OCSE, l’Italia ha avuto dal 1994 ad oggi risultati piuttosto bassi in termini di apparato legislativo per la protezione dei lavoratori.
Prima ancora della crisi, dunque, si è delineato uno scenario nel quale gli investimenti privati si sono concentrati nei settori ad alta intensità di manodopera anzichè in quelli ad alta intensità di capitale, procurando un aumento dei profitti degli imprenditori contestualmente ad una riduzione dei redditi da lavoro.
Successivamente, in coincidenza con l’entrata in una fase economica di recessione, la situazione di precariato non ha potuto che essere aggravata.
Partendo infatti da una situazione pregressa di indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori questi si sono dovuti piegare, per sopravvivenza, al ricatto dei contratti a tempo determinato, dello sfruttamento dell’apprendistato e del lavoro qualificato ben al di sotto delle proprie competenze.

La tendenza politica nazionale, poi, ha permeato questo contesto sfavorevole con un gran numero di finti ammortizzatori sociali, di carattere estremamente selettivo, che è il modo migliore per non aiutare nessuno, dalla portata irrosoria ed estensione temporale molto limitata.
Inoltre, per concludere uno schema destinato a realizzare un modello di Stato interamente svenduto al potere privato, dal punto di vista legislativo l’erosione dei diritti dei cittadini di quello che dovrebbe essere uno Stato sociale si è compiutamente realizzata: dalla Legge Fornero alla Legge di Stabilità ” Sblocca Italia”, passando per i Piani abitativi e le riforme scolastiche.
Precipitando sempre piu’ in basso, poveri ormai di cultura, sicurezza, lavoro e coesione sociale, siamo arrivati al Jobs Act.
Questo è il nuovo piano di riforme del governo Renzi relativo a lavoro, pensioni, ammortizzatori sociali e welfare.
Sostanzialmente si tratta della legittimazione del disastroso quadro descritto prima.
Nei fatti si prevede la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato, cioè la possibilità per i datori di lavoro di reiterare gli stessi non piu’ per un massimo di 12 mesi ma di 36 e fino a otto volte in tre anni, con la clausola di acasualità.
Nella vita reale tale proposta si traduce in un’alternanza di assunzione e licenziamento senza necessità di motivazione che può durare fino a tre anni.
Inoltre il lavoratore precario sotto questo regime non ha margini per poter accedere alle forme di sussidio di disoccupazione ma rimane in balia dell’incertezza data da questa dinamica e di un contratto sicuramente svantaggioso.
Anche i contratti di apprendistato verranno sconvolti, venendo meno l’obbligo di conferma degli stessi al termine del loro percorso formativo.
L’apprendista così diventerà, ancor piu’ di quanto già non sia, una figura da spremere a fondo per un certo periodo, con una retribuzione pari circa al 35% di quanto previsto dal livello contrattuale di inquadramento, ma che compie a tutti gli effetti una mansione lavorativa, e dopo di lui ne verrà preso un altro e poi un altro ancora in una catena, potenzialmente infinita, di sfruttamento autorizzato.

Questa estrema deriva di umiliazione e sottomissione del lavoratore toglie peraltro ogni prospettiva di miglioramento soprattutto in quanto verrà incastonato in un già nutrito apparato legislativo.
Proprio per rivendicare il diritto a poter immaginare un futuro degno di tale nome scendono in campo gli studenti, che già vivono l’abbandono dello Stato all’interno delle università, dove inoltre è una realtà quotidiana più frequente di quanto ci si possa immaginare la condizione economica come limite agli studi. La buona notizia è che esistono politiche di contrasto ad una situazione tanto ingarbugliata e totalizzante.

L’idea del reddito minimo garantito, infatti, è da lungo tempo regina indiscussa nel dibattito internazionale ed è stata declinata in vari modi in quasi tutti gli Stati europei. Uno degli esponenti più in vista della scuola belga, cui la rete italiana del Basic Income Network fa riferimento, ha definito il Basic Income come un’idea meravigliosa e semplice. Un impulso così positivo deriva dal fatto che il basic income consiste in un reddito corrisposto ad ogni membro di una comunità su base individuale, a prescindere dalla condizione lavorativa e indipendentemente dal fatto di averne o meno necessità, andando così a costituire uno strumento di garanzia di libertà formale per tutti. Essendo poi indirizzato sia ai cittadini poveri che a quelli ricchi, il reddito minimo si fa strumento di redistribuzione ed impedisce l’abbandono del mercato del lavoro da parte di chi partecipandovi rinuncerebbe a qualche sussidio statale, paradossalmente peggiorando la propria situazione, meccanismo conosciuto come trappola della povertà.
Un reddito minimo garantito infatti non viene meno nel momento in cui il cittadino indigente vive un miglioramento della propria condizione reddituale come invece farebbe un sussidio corrisposto soltanto a quanti si trovano al di sotto della soglia di povertà, che ricordiamo essere fissata arbitrariamente sulla base di rilevazioni statistiche e stime, dunque non necessariamente costituisce una verità oggettiva.

In questo modo dunque si configura una rete di protezione che consente ai poveri di non perdere alcun beneficio in seguito ad un miglioramento della propria condizione. Tale strumento risponde in maniera diretta all’esigneza di salvaguardare tutti i cittadini appartenenti ad un sistema economico capitalistico avanzato in cui vi è scarsità di lavoro. Sotto questo punto di vista lo Stato, adottando la politica in questione, si fa garante del diritto alla sicurezza raggiungendo così un obiettivo di equità e può cojtestualmente condurre ad una maggiore efficienza nel mercato del lavoro. Se infatti ogni individuo, indiscriminatamente, percepisce quanto necessario almeno per la propria sussistenza, si può realizzare un aumento della flessibilità del lavoro, ma alla maniera di Keynes non certo di Renzi: poiché alcuni saranno disposti a rinunciare ad alcune ore di lavorative, non avendo strettamente bisogno del guadagno che ne deriva, si innesca un meccanismo di redistribuzione delle quote di lavoro. Si può ristabilire poi margine per il lavoratore dipendente per poter esercitare una maggiore forza contrattuale e vedere aumentata la propria remunerazione perché non sussiste il ricatto del licenziamento. Il riflesso nel percorso di studi può essere estremamente positivo sottoforma di reddito di formazione, consentendo finalmente di sciogliere quei nodi che gravano ancora sul nostro sistema.

L’Unione europea chiede all’Italia di praticare una politica di questo tipo da circa venti anni ma è evidente che tali richieste non abbiano ancora trovato applicazione. Ed è proprio su questa linea che si innesta il percorso di uno sciopero generale che ha visto coinvolta una pluralità di movimenti e realtà sociali:fare luce sui diritti negati ed esigere, una volta per tutte, soluzioni.

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