Una storia di strada, Erri De Luca racconta Piero Bruno
Alla vigilia del trekking urbano dedicato a Piero Bruno, la rivista MaGMA ripropone il racconto dello scrittore napoletano.
Questa è una storia di strada di 20 anni fa, quando tutta una età, una classe,una leva e un’apertura di serraglio stava in mezzo alle strade. Quando le strade erano camere a cielo aperto di una politica di avvento e le aule, le case erano vuote. Le storie di quell’età sono restate azzime, non si sono gonfiate nella pasta cresciuta di qualche film, di qualche letteratura.
Così un pomeriggio di novembre del ’75 un gruppo di ragazzi comunisti di lotta continua, meno di una dozzina, meno di vent’anni di età di media, salirono le curve di Via Muratori, strada che a Roma percorre un fianco del colle Esquilino. Andavano svelti verso il cancello di una villa. Si erano staccati da poco dal corpo disteso di una folla in marcia. In cima alla salita la loro corsa era attesa ma non lo sapevano. Nascosti dietro qualche riparo degli uomini spararono contro di loro. Il gruppo si sparse in fuga sotto il clic clac petulante che fanno i colpi, le raffiche astiose dei caricatori che si svuotano. Se non hai corso mai su queste piste, posso dirti che c’è molto silenzio intorno quando hai la vita nelle scarpe e nelle orecchie. Le scarpe battono all’unisono con i polsi. Uno di loro cadde ferito alla schiena. Di tutto lo sciame dei colpi uno aveva pescato i nervi delle gambe. Vide gli altri scomparire dietro una curva e restò solo, a terra. Quattro dei suoi correvano con la piccola zavorra di qualche colpo addosso, troppo poco per fermarsi.
Si affaccio’ una donna ad un balcone. Forse altre persone si ritrassero dai vetri, ma una no, e si affacciò. E vide e poi firmo’ una testimonianza in cui raccontava di aver parlato da una finestra ad un ragazzo steso per terra che gridava aiuto. La donna gli chiese se stesse male perché non aveva capito che era stato ferito. Non riesco a muovere le gambe, le rispose. Poi la donna vide avvicinarsi un uomo al ragazzo. La sua testimonianza continua: un uomo di mezz’età, di taglia normale, bruno, vestiva una giacca scura con un disegno vistoso, pantaloni chiari, forse avana. Ha cominciato ad urlare al ragazzo, lo sentivo benissimo. (Seguono insulti che non trascrivo). Poi gli ha puntato contro la pistola, il ragazzo ha urlato, NO. Ha fatto un urlo veramente tremendo e si è portato le mani al volto, cercava di ripararsi e quello ha premuto il grilletto. L’arma era scarica. Ha urlato: io ti ammazzerei sul serio. Poi gli si è gettato addosso l’ha afferrato per i vestiti e l’ha strattonato. La testimonianza continua con altri dettagli difficili da ascoltare e che non giovano alla storia. Quel ragazzo comunista morì il giorno seguente dopo una nottata di vane chirurgie. Gli uomini che avevano sparato erano della polizia. Sono rimasti sconosciuti. Oggi so che è stato un bene. Allora no, allora volevo che gli sparatori non avessero giorni tranquilli. Oggi non so più ragionare di vendette perché so che c’è un punto di crollo nella vita di ogni assassino. Da qualche parte anche quelli sono caduti sul sangue versato. Questo e’ il conto e se non e’ pari in fretta, alla fine pareggia. E non c’entra niente il perdono ed altri addii dagli atti commessi.
Non si parte, non si emigra dal sangue, questo so. A differenza dei suoi sparatori, del comunista ragazzo posso declinare le generalità. Si chiama Pietro Bruno ed ha sempre 18 anni. Abitava nel quartiere Garbatella e studiava in un istituto tecnico. Veniva dalle mie fila e su quella salita ce l’ho mandato io. Doveva fare una cosa poco più che innocua, buttare delle bottiglie accese a benzina contro un cancello di una ambasciata. Era stata sguarnita apposta, era una trappola e non ce ne siamo accorti, nè noi nè la staffetta mandata a controllare. A morire ce l’ho mandato io. Se non so perdonare nessuno è perché non sopporto di essere perdonato, nè per lui nè per altro.
Così quel giorno 22 di novembre dell’anno ’75 una bella folla ingorgava Roma tra Piazza S. Maria Maggiore e Piazza Navona per un motivo oggi inconcepibile: che l’Italia riconoscesse ufficialmente l’Angola, paese africano che si era appena dispensato, con le armi, da qualche secolo di servitù coloniale. Vent’anni fa c’erano ancora le colonie. E c’erano gli studenti che si occupavano in strada di politica estera e andavano a fare una fiammata sul cancello dell’ambasciata dello Zaire che insieme al Sudafrica attaccava l’Angola che si era liberata dal dominio portoghese. E c’era una polizia che sparava su di loro, ed era così che si viveva e si moriva. Non voglio indignare nessuno con lo scambio ineguale tra bottiglie e proiettili. Esso è apparente, perché nessuna folla sa mantenersi inerte nella sproporzione. O si scioglie o va a coprire il disavanzo. La vedemmo in quegli anni ispessirsi e rispondere.
In quello stesso mese di novembre un ragazzo, Antonio Corrado, veniva ammazzato sotto casa da un gruppo di fascisti che lo avevano scambiato per un nostro compagno. Un mese prima, un altro gruppo di fascisti, aveva sequestrato, violentato, ed ammazzato una ragazza, Rosaria Lopez, al Circeo. C’erano i fascisti, venti anni fa. E la gente chiedeva Zaire, Angola, cosa sono? Poi trovava la risposta non in televisione, ma in casa, perche’ in ogni famiglia c’era almeno uno di questi ragazzi comunisti e se non c’era, peggio per chi non l’aveva, perché quella era la parte migliore della gioventù di questo paese, dal dopoguerra in avanti. La parte migliore compresa quella che è andata alla malora con il terrorismo e con l’eroina.
La peggiore e’ rimasta a casa in quegli anni, la pessima è sugli schermi. Allora questa è una storia di strada di molti anni fa, quando l’odio cresceva insieme ad una strana felicità di essere in quella politica cruda, a cielo aperto. In Italia c’è stato un comunismo in una sola età, leva classe e apertura di serraglio e non voleva prendere un potere, ma durare così più che poteva. C’e’ stato comunismo e se ne è andato e chi lo voleva trattenere in una forma faceva come chi attinge acqua con i canestri. Alla memoria sua e di quelli che non hanno fatto in tempo a vederlo partire, ho scritto questo brindisi.
(foto di Bruno Ballatore)

