Cultura

Pubblicato il 10 maggio 2012 | da Edoardo Vitale

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Erri De Luca presenta “Il torto del soldato” alla Casetta Rossa

Il novecento ha inaugurato la guerra moderna. Quella dei bombardamenti alle città, quella che uccide più civili che soldati, quella del “rompere più uova con un solo sasso”.

Accompagnato da un pomeriggio soleggiato, nel parco Cavallo Pazzo (segnaliamo per il 12-13 maggio l’iniziativa “La primavera di Cavallo Pazzo”, due appuntamenti per dedicarsi alla cura ed alla riqualificazione del parco), l’autore napoletano ha introdotto e arricchito il suo ultimo lavoro con una piacevole chiacchierata dinanzi una folla composta ed attenta.

Dopo una breve introduzione fatta di musica e letture di alcuni passi dell’opera (Carmen Iovine e Tamara Bartolini alla lettura; Michele Baronio alla chitarra), De Luca, seduto su un tavolino, prende in mano il microfono e non lo molla per più di un’ora: senza interrompersi mai tocca vari argomenti legati alla trama del libro e fa digressioni senza disperdere i concetti.

L’impressione che dà per chi lo ascolta è quella di avere totalmente in mano i punti cardine di ciò che intende porre in rilievo con il “Torto del soldato” (edito da Feltrinelli), gli argomenti da affrontare e da quale punto di vista farlo.

Le metafore e gli esempi nascono spontanei nel suo lungo discorso, come chi, nel corso di una chiacchierata, sa perfettamente dove andare a parare. Ed il lavoro di preparazione al testo lo dimostra: lo stesso autore ci informa di aver incontrato figli e parenti di vecchi criminali di guerra per poter cogliere le sfumature più intime di quelli che sono diventati i suoi personaggi.

Una delle influenze maggiori è stata la lingua Yiddish, al centro degli ultimi studi di De Luca e citata in più occasioni. Rendendola parte di rilievo nella storia, ne fa un tributo alle lingue in generale, definite come alberi perché “vanno annaffiate un poco ogni giorno, all’inizio sono solo un germoglio e poi crescono con rami ovunque dentro di te”.

Un gesto “ribelle” nei confronti di chi ha tentato di sterminare quella lingua, inoltre.Racconta di una prima metà del Novecento fatta esclusivamente di guerre. La seconda guerra mondiale in particolare, il più grande sterminio della storia, incontrovertibilmente macchiata dall’orrore nazista e dalla Shoah.

De Luca alterna tematiche puramente narrative con riferimenti alla propria esperienza personale, di quando era bambino e si avvicinava ai libri del padre, nel tentativo di fare propri i cinquant’anni appena trascorsi prima della sua nascita, come a volersi caricare il peso di tutto il secolo che stava vivendo.

Il perdono è un concetto che rifiuta, dice. È una nobile arte che non capisce, sebbene ne riconosca l’esistenza e la positività. Per perdonare bisogna prima dimenticare. Dimenticare aiuta anche ad accettare la sconfitta, quello che non è in grado di fare il soldato. La sconfitta è l’unico torto che un soldato si riconosce, conclude Erri, poichè criminale di guerra si sente solo chi perde. Se avesse vinto, avrebbe scritto la storia in un modo chissà quanto differente da come è oggi, assolvendosi dalle proprie colpe.




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