Filiere Mafiose, nuove prospettive sulla criminalità organizzata
Presentato ieri alla biblioteca Moby Dick il libro del criminologo Vincenzo Scalia. Un’occasione per tracciare una nuova analisi della mafia intesa come fenomeno economico, politico e sociale
Conoscere a fondo il fenomeno mafioso nel suo contesto può (e deve) rappresentare uno sforzo maggiore di quello che finora è stato fatto. Questo uno dei messaggi lanciati dal saggio Le Filiere Mafiose (Ediesse 2016), scritto da Vincenzo Scalia, presentato ieri presso la biblioteca Moby Dick di via Edgardo Ferrati, alla Garbatella.
«Filiere Mafiose è un libro importante e, soprattutto, utile per comprendere il fenomeno “mafia” e la sua rilevanza nella società – spiega Stefano Anastasia, garante dei detenuti per la Regione Lazio – fenomeno di cui tanto si dice e si parla ma poco si approfondisce come invece ha fatto Scalia in questo libro, fornendo una chiave di lettura nuova, frutto anche delle sue vicende autobiografiche oltre che di studioso». Da anni attento osservatore dei fenomeni mafiosi, il criminologo siciliano pone al centro del suo saggio le “condizioni” in cui la mafia si è affermata nel tessuto sociale, politico e, soprattutto, economico. Per farlo risulta indispensabile tornare indietro nel tempo: «gli anni ’80 – insiste Anastasia – rappresentano il periodo in cui si afferma il “movimento antimafia” e si comincia a combattere quel processo di oscuramento di cui si erano nutrite fino a quel momento le organizzazioni criminali. Questo perché trent’anni fa era ancora difficile affermare la mera esistenza del fenomeno mafioso».
Nel corso dell’evento viene messo in luce un primo approccio presente in Filiere Mafiose che Stefano Anastasia definisce “logica della contrapposizione” (stato-antistato; legalità-illegalità ecc…), una visione d’insieme che, nel tempo, ha permesso di mettere in luce proprio quei rapporti che la mafia aveva sviluppato con il mondo della politica, dell’economia e, sostanzialmente, del “potere”. Il viaggio nel tempo prosegue fino agli anni del secondo dopoguerra, quando (ormai è cosa nota) la “vecchia” mafia prese parte alla ricostruzione del paese, almeno per quanto riguarda il Meridione. Ma è nel passaggio dall’economia fordista a post-fordista che Scalia individua un momento decisivo per l’affermarsi del fenomeno mafioso. È in seno all’economia neo-liberista che la mafia trova terreno fertile, dove il confine tra legale e illegale si fa più fumoso, labile, facile da varcare. «Chi vende si autonomizza – spiega l’autore senza mezzi termini – in anni più recenti lo stesso concetto è stato usato per Al Qaeda: non esiste, praticamente è un marchio». Alla stregua dei grandi marchi, col passare degli anni anche la mafia si specializza, sceglie i suoi settori, “potendosi permettere” di abbandonare quegli affari c.d. sporchi, a “rischio d’impresa” troppo alto.
Ma non c’è solo il “lato economico” a rafforzare il fenomeno mafioso nel nostro paese. La questione si allarga al sociale e abbraccia il campo della cultura e della comunicazione: «Spesso si sentono definizioni molto riduttive quando si parla di mafia – puntualizza Scalia – credo che sia anche il frutto di ciò che abbiamo, in un certo senso, “voluto”». In Filiere Mafiose l’autore si sofferma soprattutto sulla “percezione” del fenomeno criminale e sul modo in cui viene presentato alla massa, dai media alla classe politica fino agli “specialisti” del settore (in primis i c.d. “professionisti dell’antimafia”). Ne deriva una distorsione, per certi versi, irrimediabile sulla realtà delle organizzazioni criminali così percepite dalla società civile, come se quel già citato processo di oscuramento fosse ancora in atto, in veste più moderna, più subdola, tragicamente più efficace. E a farne le spese è la società stessa, incapace, da un lato, di comprendere l’origine e risalire alla radice di cui si nutre il fenomeno mafioso, dall’altro, di liberarsi di un “problema” che accompagna il nostro paese da almeno 150 anni.

