L’Architettura ricicla la natura
Equalogical Lab: laboratorio di autocostruzione aperto alla cittadinanza e intervento di riqualificazione di un’area verde ne territorio di Roma70
Sembra cogliere nel segno Giancarlo De Carlo quando enuncia che “l’architettura diventa generosa e significante per gli esseri umani solo nel caso in cui resti un’estensione gentile e delicata dell’ordine naturale”. Il concetto è chiaro e d’impatto: un progetto architettonico, perché realizzi una necessità, deve rifondarsi sulla sensibile percettibilità dell’ambiente e del suo creativo gioco armonico, deve rimodularsi sulla condotta produttiva della natura ispiratrice, fonte di buone pratiche per una sintonia, tra naturale e costruito, che sia funzionale. Non deve destituire la natura della sua gestione responsabile ma ne deve mettere a profitto il modo di procedere, cogenerando, con essa, prodotti eco efficaci.
Un’ottica prospettica indicata e messa a frutto da un interessante Workshop di autocostruzione, concluso nello scorso week-end e nato dal proficuo incontro di Equalogical Lab, gruppo di architetti ricercatori sull’innovazione tecnologica a basso impatto ambientale, con l’Associazione Nessun Dorma, che da anni promuove iniziative socio-culturali sul territorio di Roma70. Il ciclo di seminari è stato realizzato nella formula di un laboratorio collettivo sperimentale teso a riunire un policromo bacino di fruitori. Ha visto collaborare giovani architetti e ingegneri civili insieme ad abitanti del quartiere sedotti dalla legittimità del loro diritto/dovere di partecipare all’arte del costruire attraverso una pratica collettiva di riqualificazione del territorio.
I seminari teorici sulle strutture leggere, sui sistemi costruttivi e sui materiali di riuso, sono stati propedeutici alla fase operativa, più concreta e sofisticata, di costruzione di una tensostruttura e di alcuni arredamenti che, insieme, andassero a ingentilire lo spazio pubblico del parco di via Combi in via Pozzo, area verde tenuta in abbandono e difesa da un gruppo di vicini affezionati attraverso piccoli interventi di recupero autogestiti.
L’installazione finale risulta, anche ai meno ferrati, un’arguta soluzione che esprime, in sé, la sua ragione d’essere: «crea nel giardino – spiega l’architetto Elisabetta Gaglio – un punto di attrazione leggero e colorato. La forma a doppia curvatura che dai punti più alti si richiude a terra aiuta il manufatto ad integrarsi nell’ambiente. La rete di cavi viene rivestita con dei triangoli di tela rossa e grigia che in alcuni punti lasciano filtrare la luce, creando un gioco di luce ed ombra sul terreno. Gli arredi invitano i passanti a fermarsi sotto la copertura per una pausa». I materiali leggeri hanno reso la tensostruttura facilmente componibile ed ecologica. Hanno abbinato l’idea del riuso, del riciclo di materiali poveri e di agevole reperibilità, corde e stoffe di scarto, alle nuove tecnologie, integrandole funzionalmente. Il prodotto finale sembra declinarsi come un composto di meccanica naturale, se consideriamo che le tensostrutture, con le loro trame di cavi, appaiono e si comportano come un sistema costruttivo suggerito dalle ragnatele che troviamo in natura e se teniamo conto dell’azione del vento come forte carico agente. Per i complementi di arredo sono state utilizzate cassette della frutta come pallets, minimal design del riuso, un modo di fare architettura che tesorizza natura e creatività applicata.
Questo progetto sperimentale di autocostruzione bene si inserisce nel quadro di una cultura urbana degradata, che deve riscoprire e risignificare i suoi spazi urbani non più soltanto nei termini di una comune passiva fruizione ma di difesa, di riappropriazione e riqualificazione di uno spazio che accoglie e narra la vita di chi ne beneficia, cortina entro cui la storia mette radici profonde. L’architettura, come pratica collettiva, offre, alla cittadinanza, una lettura più responsabile e partecipata del territorio: «noi pensiamo e portiamo avanti progetti di autocostruzione – conferma Elisabetta – perché riteniamo che sia un modo valido attraverso cui gli abitanti possano conquistare coscienza dello spazio, della città in cui vivono, lasciandoli progettare e costruire strutture, in risposta alle loro necessità. La figura del professionista diventa un affiancamento che rende più consapevole il percorso rispetto all’autocostruzione spontanea. Si fa architettura per le persone. Questo progetto, infatti, è intimamente legato all’osservazione dello spazio in esame e di come lo persone lo vivranno. E’ una questione di riappropriazione e, perciò, anche di equilibrio tra la valorizzazione degli spazi comunitari e la tendenza, cittadina, a non viverli».
L’architettura deve uscire fuori, se necessario, dalla matrice logica dalla superba esibizione del monumento costoso e contemperare natura e artificio, natura e costruito. Equalogical Lab sembra voler educare ad una versione più equilibrata dell’architettura, ad una concezione meno antropocentrica della progettazione, della gestione della città, per riporre sullo stesso piano l’esigenza dell’uomo con quella della natura, poiché, attesta Elisabetta, «il costruire la schiaccia e non ne tiene conto. Non esiste nulla che sia completamente ecologico e che non abbia impatto sull’ambiente. Il nostro lavoro si muove nella direzione di recuperare le caratteristiche ambientali e inserirle nelle architetture che rispondono alle esigenze non aggressive dell’uomo».
Il territorio di Roma70 ha accolto un’esperimento di autocostruzione che sembra essere stato un punto di coagulo fra diverse forze in campo: lo stimolo d’immaginazione creativo, mietuto in tempo di crisi economica, utilizzato nel ripensare uno spazio con le poche risorse di cui si dispone, un’architettura che tracima i suoi confini fissi e apprende dalla natura, e un forte senso di cittadinanza, che è, poi, un vizio di salute interiore.

