Biocidio. Molto più di una tragedia Napoletana
La devastazione dell’ambiente e i correlati danni alla salute non possono più essere considerati un problema locale. In Italia si muore ovunque e le lotte in difesa dei territori e delle comunità si muovono in direzione di una risposta unitaria ad un dramma comune .
Sabato 16 novembre 2013 è una data che in futuro dovremo ricordare. Trasformatasi in un fiume in piena, la campagna #Stopbiocidio ha finalmente acquisito importanza nazionale.
Mentre un’oceanica manifestazione invadeva pacificamente Napoli per dire basta all’avvelenamento dei territori e delle comunità che li abitano, a Parma i manifestanti dell’Assemblea permanente contro gli inceneritori occupavano il sito in cui da fine agosto è in funzione l’impianto, riuscendo a bloccare i camion di rifiuti in entrata nel Polo ambientale integrato gestito dalla multiutility Iren. Nella stessa giornata l’ennesimo corteo in Val Susa ribadiva il suo no allo scempio della Tav.
Il comun denominatore di queste lotte ha il suo nerbo nell’opposizione alla distruzione sistematica di risorse naturali causata da chi, per realizzare profitto, devasta l’ecosistema senza il minimo scrupolo per la salute e la vita delle persone.
Il “biocidio”, che il professor Antonio Giordano ha definito come il danneggiamento del patrimonio genetico dei campani che li espone maggiormente al rischio di contrarre tumori e altre forme di neoplasie, è la conseguenza diretta dell’avvelenamento dei territori in cui si dimora.
L’alto numero di tumori mortali riscontrati tra gli abitanti della terra dei fuochi in Campania è solo l’esempio più lampante.
E’ oggi imprescindibile sottolineare come la correlazione tra devastazione ambientale e salute riguardi l’Italia intera. Come riporta il brillante libro inchiesta di Andreina Baccaro e Antonio Musella, «Il Paese dei veleni», ogni giorno in Italia si muore ovunque. Da Brescia, dove la fuga dai cicli produttivi di tonnellate di sostanze tossiche ha fatto impennare il numero dei tumori rispetto alla media del resto del Nord Italia, a Taranto, martoriata dai fumi nocivi delle acciaierie dell’ Ilva .
Sul Lazio i riflettori della cronaca si sono accesi solo dopo la mobilitazione contro l’apertura di una nuova discarica a Falcognana, località romana sulla via Ardeatina.
Eppure, si tratta di una regione dove l’inquinamento causato da rifiuti industriali, discariche e inceneritori ha una sua cupa storia.
Il caso più clamoroso riguarda la Valle del Fiume Sacco, che da Colleferro penetra nel profondo frosinate. Nello scioccante studio sulle armi chimiche in Italia prodotto nel 2012 da Legambiente si evidenzia che il bacino idrico del Sacco è stato gravemente compromesso prima dall’industria d’armi e successivamente dalla compresenza di impianti industriali. Ancora oggi nell’area sono attive produzioni belliche «ma sull’inquinamento ci sono ancora poche informazioni pubbliche, a causa del segreto militare – spiegano gli ambientalisti – e di una contaminazione molto complessa che deriva da tantissime attività che si sono succedute negli anni in tutta la Valle del Sacco, diventata recentemente “Sito di interesse nazionale da bonificare”».
Le recenti rivelazioni del pentito di camorra Schiavone sullo lo stoccaggio illegale di rifiuti tossici, sempre nel frosinate, hanno recentemente prodotto il paradosso di un dibattito mediatico risultato di fatti noti sin dagli anni ’90 ma da sempre colpevolmente messi sotto silenzio.
Un panorama desolante in cui Roma non fa eccezione, con la più grande discarica a cielo aperto d’Europa, Malagrotta, recentemente chiusa, oltre ad un impianto di raffinazione (Raffinerie di Roma), cave di sabbia, un inceneritore di rifiuti ospedalieri. E poi Albano, Roncigliano, Cupinoro, Cerveteri, dove le minacce costituite da impianti di trattamento per i rifiuti (biogas compreso) sono realtà concrete, rese ancor più vive dalla tardiva chiusura di Malagrotta.
Un territorio la cui insalubrità minaccia la salute – e quindi la vita – di oltre 50.000 persone. Purtroppo non sono esagerazioni, i dati dello studio ERAS – Rapporto Epidemiologia Rifiuti Ambiente Salute nel Lazio – programma di epidemiologia ambientale, coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale in collaborazione con l’Agenzia regionale di Protezione Ambientale (ARPA) del Lazio, registrano nella popolazione residente entro i 5 km dalle discariche per rifiuti urbani un’anomala incidenza di malattie dell’apparato respiratorio, tumori della pleura e mieloma multiplo, mentre, per gli inceneritori del Lazio, si evidenzia un eccesso del 31% di ospedalizzazioni per malattie dell’apparato respiratorio e del 79% per malattie polmonari cronico ostruttive.
Campania e Lazio vivono oggi una fase di mobilitazione parallela. E’ proprio grazie alla vicenda di Malagrotta che nella nostra regione si è riattivato un conflitto sociale attorno alla difesa di territori e salute.
Ma a Roma come a Napoli non solo di spazzatura si tratta. Se da un lato l’obiettivo delle mobilitazioni sembra voler puntare alla realizzazione di un ciclo dei rifiuti urbani basato su riduzione a monte, differenziata spinta, riuso, riciclo invece che su discariche e inceneritori, d’altro canto bisogna fare i conti con un avvelenamento profondo dell’ambiente correlato alla presenza delle industrie.
Le mobilitazioni contro tali disastri indotti rappresentano l’opportunità di allargare lo sguardo su tematiche di più ampio respiro. Attraverso le istanze in difesa di ambiente e salute si possono mettere in campo nuovi modelli di partecipazione e democrazia. La difesa della vita umana dalla rapacità del profitto può dare una spinta alla trasformazione del modello di sviluppo verso nuovi paradigmi produttivi.
La critica al capitalismo selvaggio non può prescindere dal superamento della contrapposizione tra tutela di ambiente e salute con la difesa del posto di lavoro, dicotomia nella quale è affondata gran parte della sinistra italiana.
L’incidenza di una decisa mobilitazione dal basso deriva dalla proposta di parole d’ordine comprensibili che connettano in rete una massa critica, proponendo obiettivi di facile comprensione. La nitidezza dei NO a discariche e inceneritori ha prodotto un’ampia partecipazione, la prossima sfida sembra risiedere nel mantenere la medesima compattezza per il futuro percorso della mobilitazione.
Constatato il fallimento dell’attuale sistema fatto di bonifiche mai effettuate, false consulenze milionarie e appalti pubblici di cui ha beneficiato la camorra, tra gli obiettivi della piattaforma costituita dai protagonisti della campagna #Stopbiocidio c’è la pretesa di un radicale cambiamento dei processi di tutela dell’ambiente, con la rivendicazione di una maggiore partecipazione per i cittadini su decisioni e proposte che riguardano il loro territorio, l’introduzione dei reati ambientali nel codice penale e la realizzazione di un nuovo piano regionale sui rifiuti basato sul modello delle 4 R: riduzione, raccolta differenziata porta a porta, riuso e riciclo.
Bisogna fare presto. Come dimostra la gambizzazione dell’ ad di Ansaldo Nucleare, le istanze di giustizia ambientale hanno raggiunto punte di esasperazione. La trasformazione dell’Italia nel Paese dei Veleni è un detonatore di conflitto in un quadro sociale già eroso da tre anni di crisi. Stretti tra il vuoto della politica – la squallida telefonata tra Nichi Vendola e il faccendiere della famiglia Riva, padrona dell’Ilva, ne è un’ulteriore conferma – e i rischi derivanti da una gestione immatura dei processi di partecipazione, i movimenti potrebbero rischiare uno scivolone dentro una spirale di repressione e criminalizzazione. A vantaggio dei soliti noti.

