Cultura

Pubblicato il 24 maggio 2013 | da Irene Salvi

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Ferite a morte: il femminicidio va in scena

Alla facoltà di Lettere dell’Università Roma Tre la presentazione di “Ferite a morte”, progetto teatrale di Serena Dandini e Maura Misiti a sostegno della Convenzione No More! contro la violenza di genere

A volte le parole pesano più delle pietre. Giovedi scorso, nell’aula magna della facoltà di Lettere, le parole cadevano come una frana: le parole di “Ferite a morte” di Serena Dandini, presentato dal Comitato Pari Opportunità di Roma Tre e lette dall’autrice insieme a studentesse, docenti e lavoratrici dell’università. Donne vive che prestano la loro voce ad altrettante donne morte, per raccontare una strage quotidiana che solo nei primi mesi del 2013 conta già oltre quaranta  vittime.

In questa implacabile Spoon River del femminicidio ritroviamo le storie di ordinaria sopraffazione della violenza domestica, l’orrore di pratiche ancestrali come l’aborto selettivo e le mutilazioni genitali femminili che ancora oggi minacciano la vita di milioni di bambine; e anche storie fin troppo contemporanee – la manager rampante del racconto Quote Rosa, alla quale tutto va bene finché non comincia a guadagnare più del suo compagno, perché questo per lui è un affronto da farle pagare con la vita. Dalle strade delle nostre città a quelle di Ciudad Juarez, «dove la vita di una donna vale meno di un chilo di patate», il libro mostra una verità che deve indignare, e ci riesce:  sul sito www.feriteamorte.it, in pochi mesi, sono state raccolte oltre 60 000 firme per chiedere a Parlamento e Governo di convocare gli Stati Generali contro la violenza di genere, allo scopo di affrontare strutturalmente il fenomeno del femminicidio anche sui piani fondamentali della prevenzione e del linguaggio; tra le proposte, l’istituzione di un Osservatorio Nazionale sulla violenza di genere.

Prima delle letture, in una performance curata dalla coreografa Valentina Rapetto, un corteo di studentesse ha srotolato per i corridoi della facoltà un lunghissimo drappo rosso. Rosso come il sangue, non solo quello delle donne. Rosso come la passione, ancora oggi invocata a movente di delitti etichettati come drammi sentimentali e familiari: che invece vanno letti – e combattuti – come espressioni di una società che ha ancora paura di lasciare vivere le donne.

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