Resistenze

Pubblicato il 31 maggio 2011 | da Salvatore Altiero

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Referendum : un test di vera democrazia

Mancano pochi giorni alla prova di maturità del popolo italiano. Per raggiungere il quorum si dovranno recare alle urne 25 milioni di elettori

Due giugno 1946: il nostro ordinamento si fonda sul risultato di un referendum istituzionale indetto a suffragio universale, quello con cui si scelse la Repubblica e la democrazia. Varie e discusse le forme di esercizio ma, quantomeno etimologicamente, il significato della parola è noto a tutti ed esplicitato nell’articolo che regge l’intera impalcatura costituzionale, il primo: se di democrazia si tratta allora «appartiene al popolo» la sovranità sebbene non tradotta in libero arbitrio ma esercitata «nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Un milione e quattrocentomila firme, tante ne ha depositate il comitato promotore lo scorso luglio a sostegno del referendum contro la privatizzazione del sistema idrico, nessun quesito referendario è stato mai oggetto di una tale partecipazione, un “record di democrazia diretta” che celebra insieme i valori costituzionali, l’Italia unita e la Repubblica molto più della parata militare in via dei fori imperiali o delle fiction televisive sull’unità. Se ne sarebbe potuto celebrare il senso politico e invece si è cercato e si cerca in ogni modo di affossarli, ignorarli, aggirarli. A fare da cornice ai referendum del 12 e 13 giugno è un contesto politico teso a svilire ogni forma di partecipazione dal basso. Un contesto ben rappresentato, ad esempio, dal pidiellino Remigio Ceroni, che ha chiesto la modifica proprio dell’articolo 1, comma 1, della Costituzione nei seguenti termini: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale». Non solo, quindi, si propone un Parlamento gerarchicamente sovraordinato in contrasto con il principio secondo cui tutti i poteri dello Stato sono sullo stesso piano, si ritiene altresì che solo in esso risieda l’espressione politica della volontà popolare, come se questa possa esaurirsi con il voto dei rappresentanti politici, un’esaltazione della democrazia rappresentativa che suona come scippo di quella sovranità che – sembra sancire trionfalmente l’art. 1 – «appartiene al popolo».

Progetto delirante, certo, ma espressione comunque di un orientamento che fa affiorare e rende comprensibili i segni di più generali orientamenti. È chiaro, allora, perché l’esercizio di un diritto debba costare 350.000.000 di euro più del necessario, tanti ne sono stati bruciati pur di non accorpare il voto referendario alle elezioni amministrative: la mozione presentata alla Camera per l’“election day” è stata respinta per un solo voto contrario. È chiaro anche perché la Commissione di vigilanza si è decisa solo il 4 maggio 2011, ben oltre i termini, tanto da esporre la Rai a procedimento penale, ad approvare il regolamento sulla par condicio per la campagna referendaria, ritardando la discussione e divulgazione dei temi referendari sulle reti pubbliche. Chiaro infine perché il decreto omnibus contenente la moratoria sul nucleare sia stato blindato con la fiducia, e solo così si sia riusciti ad approvarlo: la tragedia di Fukushima può avere un effetto trainante sui referendum. Può ancora averlo – è bene ricordarlo – perché il quesito sul nucleare rimane in piedi fino ad eventuale pronuncia dell’apposito ufficio della Corte di cassazione e non è affatto detto che ciò avvenga in tempo per impedire il voto né, tantomeno, sarà facile per il suddetto ufficio affermare che la nuova norma, l’art. 5 del decreto, “incontra” la volontà dei comitati promotori determinando quindi il decadimento del quesito. A rilevare l’evidente natura strumentale del provvedimento, il comma 1 stabilisce si che «non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio (…) di impianti di energia elettrica nucleare» ma solo al fine «di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea». Insomma, trattasi di uno stop solo momentaneo, una “pausa di riflessione”, laddove il quesito referendario manifesta l’intenzione chiara dei promotori di impedire definitivamente il ritorno all’energia nucleare, non solo, se fosse realmente questo lo scopo della norma in questione non si comprenderebbe perché si dichiara il fine di acquisire «ulteriori evidenze scientifiche» rispetto alla sicurezza nucleare.




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