Resistenze no image

Pubblicato il 3 giugno 2011 | da Michela Cicculli - RebusMagazine

0

Lo sfruttamento delle risorse idriche del Patiño

Alla scoperta delle risorse idriche di un paese lacerato dalle più forti contraddizioni del capitalismo

Le quattro riserve idriche che si trovano in Paraguay rendono questo paese naturalisticamente molto ricco ed in grado, pur non avendo uno sbocco al mare, di godere di benefici tanto grandi da renderlo un vicino potenzialmente ricco e non una terra di conquista e di accaparramento fra le meno sviluppate dell’America Latina.

Parliamo di risorse sotterranee geograficamente ripartite; l’acquifero Guaranì tocca anche il Brasile, l’Uruguay e l’Argentina; l’Yrendague scorre a nord ovest sotto il confine con la Bolivia e con l’Argentina, mentre la riserva Agua Dulce si muove sull’altro versante nord.   Infine il Patiño, l’unico che ricade interamente sotto la sovranità paraguayana, comprende Asunciòn con tutto il suo dipartimento e quello vicino di Paraguarì.

Nel 2007 il Congresso, approvando il decreto 3239 (la ley de aguas), ha voluto regolamentare lo sfruttamento delle acque del Patiño da parte delle centinaia di imprese private che commercializzano acqua, bibite gassose e birra. Oggi sono ancora in discussione i 116 articoli del Regolamento che permetterebbe l’inserimento di un canone per l’uso dell’acqua del Patiño e il rispetto di alcune norme per la salvaguardia ambientale . L’impegno si è fatto ancora più forte dal luglio del 2010 quando l’Onu ha riconosciuto l’acqua potabile come un diritto umano essenziale per il godimento di tutti gli altri diritti. L’acqua non può essere un servizio sul mercato, è la stessa Costituzione del Paraguay ad affermarlo. La sola Coca Cola, nel suo stabilimento di Nemby, periferia di Asuncion, estrae quotidianamente dal sottosuolo 1.600.000 litri di acqua ricavando 100 litri di bibite gassose. Dei 570 milioni di litri annuali che passano nel processo industriale, 220 entrano in commercio, gli altri 350 si buttano come rifiuti da scaricare. Tutto ciò a costo zero per la multinazionale, per tutte le altre imprese legali e per quelle che la Seam, l’Assessorato al Ambiente, definisce clandestine, ovvero che non posseggono una licenza e agiscono senza controlli. Lo Sfruttamento forsennato mette in serio pericolo il Patiño, secondo il Balance Hidrico Integrado pubblicato nel 2005 dal Senasa (il servizio nazionale di risanamento ambientale): lo scarto annuale fra la quantità di acqua estratta e quella che entra come acqua piovana è di 73 milioni di litri, un dato che evidentemente rivela che la risorsa è destinata ad esaurirsi. Se a ciò aggiungiamo la distruzione della vegetazione originale e l’aumento dell’urbanizzazione dovuta alla migrazione dei lavoratori dalle campagne, capiamo come i tempi dello sfacelo si accelerino in maniera preoccupante.

Nella zona del Chaco risiedono poco più di 100 mila persone, ovvero una piccolissima parte di popolazione (1.7 %) e circa il 48% di quella indigena, oltre ai discendenti dei coloni menoniti arrivati negli anni’20. Qui il problema idrico è una piaga storica. Molte famiglie indigene, soffrendo la mancanza di infrastrutture, si servono dell’acqua piovana o di quella superficiale, entrambe scarse. Secondo un’inchiesta recente, solo il 6% della popolazione indigena ha accesso all’acqua del rubinetto. Dall’altro lato la comunità menonita, leader nell’industria lattea, conta con infrastrutture adeguate per la raccolta e l’estrazione dell’acqua anche a grandi profondità, il che prova che uno sviluppo sarebbe possibile se le risorse venissero usate in maniera adeguata.

Dunque le grandi imprese ricevono gratuitamente milioni di litri di materia prima e restituiscono alla comunità contaminazione ed inquinamento, frenano l’approvazione del Regolamento tramite una intensa attività di lobby e contemporaneamente, grazie ad autorità compiacenti,  depredano la popolazione locale di un bene comune sfruttandone la copiosa quantità a discapito della qualità, della salute e dello sviluppo economico.




Back to Top ↑