46 anni da Piazza Fontana, strage di Stato senza colpevoli
Il 12 dicembre 1969 la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura avviava la strategia della tensione: 17 morti e 88 feriti. Molti processi, ma nessuno ha pagato per quell'orrenda strage
La strage. Milano, 12 Dicembre 1969, Piazza Fontana. Come ogni venerdì pomeriggio, all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura si svolgevano le contrattazioni del mercato agricolo e del bestiame. Alle 16.35 la banca era ancora gremita, nonostante il normale orario di chiusura fosse già passato da diversi minuti. Alle 16.37 si udì un boato terrificante. A causarlo fu l’esplosione di una bomba da 7kg di tritolo, contenuta in una valigetta e collocata là dove avrebbe fatto più vittime, sotto un grande tavolo ottagonale che troneggiava al centro della sala più centrale e affollata della banca. I primi che entrarono a prestare soccorso si trovarono davanti agli occhi uno scenario da film horror messicano di serie B. Mischiati alle macerie, ai calcinacci, all’enorme nube di polvere provocata dalla detonazione, c’erano brandelli e resti di corpi. Tra i vetri esplosi e il sangue giacevano cadaveri carbonizzati e uomini ancora vivi. Un allievo ufficiale raccontò d’aver visto una mano che si agitava, come se implorasse aiuto. Afferrandola si ritrovò in mano un avambraccio troncato di netto. L’inferno. Un’orrenda carneficina che cambiò per sempre la storia di questo Paese. La primissima segnalazione giunta via radio alla questura di Milano parlò dell’esplosione di una caldaia e della probabile presenza di “un paio di feriti”. Il bilancio finale fu di 17 morti e 88 feriti. Una strage. In 13 morirono immediatamente, per diventare poi 16 nelle ore successive e 17 qualche tempo dopo, quando un uomo morì per le complicazioni seguite ai danni riportati nell’esplosione. La diciottesima vittima fu il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, fermato come indiziato della strage la sera del 12 dicembre insieme a molti anarchici (tra cui Pietro Valpreda) e morto nei locali della Questura di Milano intorno alla mezzanotte del 15 Dicembre.
Le altre bombe. Sempre a Milano, alle 16.20 di quel 12 dicembre 1969, fu rinvenuta all’interno della Banca Commerciale di Piazza della Scala una seconda bomba, rimasta inesplosa e inspiegabilmente fatta brillare dagli artificieri poche ore dopo, rendendo così impossibile qualunque accertamento utile alle indagini. Una terza bomba esplose alle 16.55 a Roma, nel sottopassaggio che collegava l’entrata della BNL di via Veneto con via di San Basilio, ferendo 14 persone e non uccidendo nessuno per puro caso. La quarta e la quinta bomba esplosero in rapida sequenza a Piazza Venezia, alle 17.24 sotto l’Altare della Patria e 8 minuti dopo di fronte al Museo del Risorgimento: il bilancio fu di altri 4 feriti. Gli attentati del 12 dicembre 1969, cinque ordigni di cui quattro esplosi in meno di un’ora, segnarono l’inizio della stagione delle stragi.
Le indagini e la morte di Pinelli. Da subito le indagini si indirizzarono verso la sinistra extraparlamentare e in particolar modo verso il movimento anarchico, il più debole nella variegata galassia dell’epoca in quanto privo di protezioni politiche e facilmente criminalizzabile agli occhi dell’opinione pubblica anche per motivi ideologici, rappresentando nell’immaginario dell’italiano medio il prototipo di sovversivo più “pericoloso” e irriducibile. La strada, in questo senso, fu preparata per tempo. Molti degli attentati avvenuti nel corso del 1969 vennero attribuiti proprio agli anarchici, nonostante fosse chiara sin dal principio la matrice neofascista di tali azioni: possono citarsi al riguardo gli attentati di Milano del 25 aprile, quelli di maggio a Roma (diretti a una serie di distributori di benzina) e Palermo (contro due caserme dei Carabinieri, una caserma dell’esercito e al carcere dell’Ucciardone), e la serie di attentati dinamitardi sui treni dell’8-9 agosto, che causarono il ferimento di decine di persone. In quest’ultimo caso, gli esplosivi furono forniti agli esecutori neofascisti da militari statunitensi e NATO di stanza in Veneto. Secondo il giudice Guido Salvini, che nella seconda metà degli anni ‘80 riaprì le indagini su Piazza Fontana «la polizia sapeva che gli anarchici non c’entravano e aveva manovrato infiltrati all’interno di essi». Tra i fermati, nelle ore successive alla strage, figuravano esponenti del Circolo 22 marzo, dove militavano Pietro Valpreda e l’infiltrato neofascista Mario Merlino, e del Circolo Ponte della Ghisolfa, cui apparteneva Giuseppe Pinelli. Dopo tre giorni ininterrotti di interrogatori, il 15 dicembre Giuseppe Pinelli morì volando dal quarto piano della questura di Milano, a causa di un “malore attivo e “per un’improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, come sostenne il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio della procura di Milano; il questore di Milano Marcello Guida (che nel 1942 aveva ricoperto il ruolo di direttore del carcere fascista di Ventotene) dichiarò a proposito della morte di Pinelli: «Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. Il dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire. Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa».
Il 9 maggio 2009 l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricordò come a Giuseppe Pinelli si debba “rispetto e omaggio, poiché è stato vittima due volte: prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine”. Il 3 maggio 1920, quasi mezzo secolo prima della morte di Pinelli, morì allo stesso modo l’anarchico italiano Andrea Salsedo (arrestato tre giorni prima di Sacco e Vanzetti), precipitando dal quattordicesimo piano del Park Row Building, sede newyorkese dell’FBI. Anche l’FBI allora parlò di suicidio. La similitudine tra questi due fatti ha spesso indotto gli anarchici a ricordare che nel 1966 il commissario Luigi Calabresi aveva seguito un corso di specializzazione presso la polizia degli Stati Uniti. Un giovane anarchico livornese, Paolo Braschi, raccontò a proposito di Calabresi: “Lo abbiamo soprannominato “comm. Finestra”, e, devo dire, tale nome gli calza a pennello. Ricordo che quando fui interrogato (nello stesso ufficio dove ha trovato la morte il Pinelli), questo cosiddetto commendator Finestra, l’ultimo giorno che passai nei suoi uffici – soddisfatto di avermi estorto, insieme con i suoi degni soci, delle false ammissioni grazie a ricatti, violenze, insulti e minacce – mi fece sedere vicino alla finestra aperta (che non ha il parapetto in muratura ma una ringhiera di ferro), e tenendosi a distanza lui ed altri mi provocarono apertamente chiedendomi perché non mi buttassi di sotto.” L’episodio avvenne diversi mesi prima della strage di Piazza Fontana. Il 17 maggio 1972, Luigi Calabresi venne ucciso da un commando di due uomini armati di fronte alla sua abitazione di via Cherubini, a Milano. A seguito delle dichiarazioni del pentito Leonardo Marino, per il suo omicidio furono condannati Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, elementi di spicco di Lotta Continua. Dopo la sua morte, la Chiesa Cattolica, che attraverso Giovanni Paolo II aveva definito il commissario Calabresi “eroico difensore del bene comune e testimone del Vangelo”, prima lo proclamò “Servo di Dio”e successivamente avviò con il sacerdote Ennio Innocenzi il processo di beatificazione.
Il 15 dicembre 1969 venne arrestato con l’accusa di strage l’anarchico Pietro Valpreda. I giornali dell’epoca lo dipinsero con questi termini: “per il “Secolo d’Italia” (19 dicembre) era “una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dal comunismo”; per “il Messaggero” (17 dicembre) “una belva umana mascherata da comparsa da quattro soldi”; per “La Nazione” (18 dicembre) “un mostro disumano”; per l’organo del PSU, L’”Umanità” (18 dicembre) “uno che odiava la borghesia al punto da gettare rettili nei teatri per terrorizzare gli spettatori”; per “Il Tempo” (18 dicembre) ” un pazzo sanguinario senza nessuno alle spalle”. Per l’”Avanti!” (18 dicembre) è invece “un individuo morso dall’odio viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia”; per “l’Unità” (19 dicembre) “un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento” (citato in La strage di Stato).
Pietro Valpreda sconterà più di tre anni di carcere prima di uscire completamente assolto dal processo. Bisognerà attendere il 1972 per vedere le indagini dirottarsi verso ambienti neofascisti, quando verranno arrestati Franco Freda e Giovanni Ventura della fazione veneta di Ordine Nuovo, e quando si cominceranno a evidenziare gli stretti legami intercorsi fra gli stessi ed esponenti dei servizi segreti. Dopo una sfilza infinita di processi (una decina), corredati da depistaggi, condanne, assoluzioni, annullamenti e rinvii a nuovi processi, la partita giudiziaria si è chiusa definitivamente il 3 maggio 2005: tutti assolti, nessun colpevole, per i parenti delle vittime anche la beffa del pagamento delle spese processuali. Unico condannato in via definitiva (poi prescritto), per aver fornito l’esplosivo della strage, fu il reo confesso Carlo Digilio di Ordine Nuovo, il quale ammise anche d’aver ricoperto, a partire dal 1967, un importante ruolo nell’ambito del programma NATO di arruolamento di fascisti e anticomunisti, in accordo con i servizi segreti italiani e statunitensi. Nonostante le sentenze di assoluzione, i giudici hanno ritenuto pienamente dimostrato che la strage di Piazza Fontana venne organizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura»; cionondimeno, i due non sono più condannabili, essendo già stati assolti per gli stessi fatti, con una sentenza confermata dalla Cassazione nel 1987.
La strategia della tensione. La strage di Piazza Fontana e gli altri attentati di quel 12 dicembre 1969 segnarono l’inizio della stagione delle stragi e della cosiddetta strategia della tensione, che ha visto tra i suoi episodi più sanguinari la strage di Piazza della Loggia a Brescia e quella sul treno Italicus nel 1974, l’attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e al rapido 904 nel 1984. Per comprendere appieno il clima di quegli anni bisogna evidenziare come l’Italia del dopoguerra avesse ereditato dal regime fascista una parte significativa della burocrazia statale e degli apparati repressivi dello Stato: ben pochi tra funzionari di P.s., vertici delle forze armate e dei servizi di sicurezza, magistrati e quadri ministeriali avevano avuto rapporti con la Resistenza. Il 7 dicembre 1969 fu pubblicato dai giornali inglesi The Guardian e The Observer un dossier inviato dal responsabile dell’ufficio diplomatico del ministero degli Esteri di Atene all’ambasciatore greco a Roma, che fa riferimento diretto a un imminente colpo di stato di destra in Italia. Tra il 1968 e il 1969 il livello delle rivendicazioni sindacali toccò punte elevatissime (l’autunno caldo del ’69), e la conflittualità nel Paese era fortissima. Il PCI nelle elezioni del 1968 aveva visto crescere i suoi consensi elettorali, mentre il PSIUP, nato da una scissione del PSI e anch’esso all’opposizione, aveva superato il 4% dei voti. 5 milioni di lavoratori erano in mobilitazione; si registrò un incremento delle ore di sciopero da 74 milioni (nel 1968) a 303 milioni (nel 1969). Le bombe del 12 dicembre rappresentarono l’apice di una serie di attentati, ben 145, che si erano verificati nel corso del solo 1969: è ormai appurata la matrice neofascista della stragrande maggioranza di questi attentati, così come è assodato che l’estrema destra abbia svolto il ruolo di braccio armato all’interno di un progetto eversivo di più vaste dimensioni, promosso da settori maggioritari degli apparati dello Stato e della classe dirigente italiana, finalizzato ad attuare una svolta autoritaria in un Paese il cui asse politico stava virando nettamente a sinistra. La destabilizzazione portata dalla strategia stragista aveva l’intento di risolvere gli aspri conflitti sociali e politici che attraversavano l’Italia attraverso l’instaurazione di un governo autoritario, soprattutto in chiave anticomunista. Scongiurato lo spauracchio di un’invasione sovietica, sicuramente più in auge nell’immediato dopoguerra e ormai anacronistico alla fine degli anni ’60, l’obiettivo era evitare che il PCI giungesse al potere attraverso elezioni democratiche, e fermare le forti rivendicazioni che la classe operaia e il movimento studentesco avanzavano in quegli anni. È in questo quadro di “guerra a bassa intensità” che si inserisce il ruolo dell’organizzazione Gladio, fondata dai servizi segreti italiani e americani ed esistente già dalla metà degli anni ’50. Il giudice Guido Salvini ha dichiarato che «la strage di Piazza Fontana non era solo il gesto di qualche neofascista o neonazista più esaltato di altri, ma aveva un progetto politico di fondo: se non direttamente un golpe, sicuramente la creazione di una situazione di governo forte, di governo autoritario.
Parallelamente alle stragi che vi sono state, da Piazza Fontana al colpo di coda di Brescia, vi sono stati progetti di svolte autoritarie o golpiste che man mano nel corso delle indagini sono venute alla luce. Quindi le stragi vanno inserite all’interno di un progetto politico. La campagna di terrore non fu solo il parto di un gruppetto di fanatici. A Roma almeno una parte degli apparati istituzionali era a conoscenza della preparazione degli attentati e cercò solo all’ultimo momento di ridurne gli effetti. Dopo l’esito tragico, si adoperarono per calare una cortina fumogena sulle responsabilità a livello più alto» (intervista citata in “La strage di Stato”). Ancora Salvini ricorda che «erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani» (intervista a Focus). Nella giornata di oggi molte iniziative sparse per l’Italia ricorderanno i fatti del 12 dicembre 1969: alla Garbatella, nella sede del gruppo anarchico Carlo Cafiero (in via Rocco da Cesinale 18), a partire dalle 20.30 si terrà una conferenza-dibattito intitolata “La strage di stato e lo stato delle stragi”.

