25 aprile, una data da difendere
Una riflessione sulla Festa di Liberazione in una vigilia segnata da aspre polemiche
25 aprile 1945, una data fondamentale, il simbolo della vittoria militare e partigiana sulle truppe d’occupazione nazifasciste. Giunta al suo 70° anniversario, la Festa della Liberazione è una ricorrenza stretta nella morsa delle polemiche, delle generalizzazioni facili, dei continui tentativi di ridimensionarne la sua portata storica.
Esattamente un anno dopo la Liberazione, l’inserto nazionale del “L’Unità” titolava così quella prima lieta celebrazione: “Viva la gloriosa insurrezione di aprile! Avanti per un’Italia indipendente, democratica e repubblicana”. I valori fondamentali della Resistenza e dell’antifascismo riuscirono a sopravvivere, nonostante il paese venisse inglobato nel blocco occidentale e capitalista, e divennero, non senza contraddizioni, i capisaldi teorici della nuova Repubblica e della Costituzione Italiana. Ma già all’indomani dell’amnistia di Togliatti del giugno 1946, alcuni ex partigiani, in gran parte comunisti, cominciarono a parlare di Resistenza “tradita”. Settant’anni dopo la Liberazione, il valore dell’antifascismo è diventato sinonimo di militanza, un concetto ideologico “di parte”, ignorato dai (presunti) partiti di sinistra e addirittura osteggiato da quelli di segno opposto. In un contesto simile, viene da chiedersi se siamo in presenza di un “secondo tradimento” della Resistenza. Abbiamo posto questa domanda ad Adriano Manna, vicepresidente dell’ANPI di Roma.
«Più che di “tradimento” parlerei di una “semplificazione” volta alla “normalizzazione” di quel processo storico. Quello della Resistenza è stato un fronte estremamente articolato e differenziato al suo interno, che ha trovato poi nella Costituzione del 1948 un punto di sintesi avanzatissimo. Il problema del “tradimento” (termine che trovo errato e fuorviante), andrebbe inquadrato piuttosto nella non integrale applicazione di una Carta che non si limitava semplicemente a definire regole condivise del gioco democratico, quanto piuttosto a proporre un originale e inedito programma politico di lungo periodo, volto alla rigenerazione democratica di un paese che usciva da un ventennio di dittatura. I rischi di oggi sono, da una parte, quello di una ritualizzazione della Resistenza volta a disinnescare definitivamente il profilo più strettamente politico-programmatico della Carta, dall’altro quello di sconnettere la memoria “viva” della Resistenza da una proposta politica progressiva che si misuri coscientemente sul piano democratico-costituzionale, facendo venir così meno anche gli ultimi anticorpi contro i tentativi revisionisti in corso, tanto sul piano storico quanto su quello della Costituzione formale».
La vigilia della Festa di Liberazione è avvelenata già da mesi, a partire dal 10 febbraio, il giorno del Ricordo, una ricorrenza istituita undici anni fa (fortemente voluta dalle destre) per ricordare le vittime delle Foibe. Due giorni dopo la scomparsa del giornalista partigiano Massimo Rendina, infatti, la Camera ha conferito un’onorificenza al repubblichino Paride Mori, il bersagliere del battaglione “Mussolini”. Lo scandalo, giunto alle cronache nazionali solo il mese successivo, alla vigilia della commemorazione delle Fosse Ardeatine, ha scatenato una feroce controversia circa la candidatura e la nomina del milite fascista. I vertici del PD hanno liquidato l’accaduto come un errore di “distrazione” da parte degli addetti ai lavori, negando quindi l’intenzione di voler riabilitare la figura di Mori. Difficile stabilire quale delle due sviste sia la peggiore.
Altrettanto significativa, e al contempo allarmante, è stata la partecipazione ufficiale di Casapound alla manifestazione leghista di Salvini in Piazza del Popolo lo scorso 28 febbraio. Sebbene negli ultimi anni il movimento neofascista di via Napoleone III sia sceso più volte a manifestare per le strade della Capitale, è apparso per certi versi paradossale aver dedicato un palco è una visibilità nazionale ad una realtà (ancora) incostituzionale. La memoria ci riporta molto indietro nel tempo, all’estate del 1960, quando tutti i movimenti antifascisti scesero in piazza per impedire il congresso del Msi nella città di Genova e per porre fine al governo Tambroni. Nelle strade del capoluogo ligure, così come in quelle di Roma e Reggio Emilia, non c’erano solo i ragazzi con le “magliette a righe”: c’era la vecchia Resistenza, c’erano i partigiani. A distanza di più di cinquant’anni quello sdegno popolare sembra solo un miraggio, se non addirittura un rischio se si pensa alle vicende giudiziarie di Albano, dove ventotto militanti antifascisti sono in attesa di giudizio per aver manifestato contro l’apertura di una sede di Forza Nuova e in occasione dei funerali del capitano nazista Erich Priebke.
A gettare benzina sul fuoco, in vista della manifestazione di domani (ore 10,30 in Piazzale di Porta San Paolo), è subentrata la polemica tra la comunità ebraica e le associazioni solidali con la Palestina. La scelta da parte della Brigata Ebraica e dell’Aned di non sfilare al fianco delle realtà filopalestinesi, ha trascinato l’ANPI, da sempre principale promotore dell’evento, in una controversia difficile da mediare.
«La decisione dell’Aned e della Brigata Ebraica di disertare la piazza deve preoccupare tutte le forze democratiche della città – ha dichiarato Adriano Manna – viene infatti a mancare un pezzo fondamentale di quella comunità antifascista che si dovrebbe ricomporre almeno nella giornata del 25 aprile. La piazza di domani è chiamata a ricordare e rendere omaggio a quanti fecero quella scelta di dignità e di riscatto dalla vergogna del fascismo, ma anche a tener vivi i valori e le aspirazioni di quanti sacrificarono la propria vita per una società migliore. La mia sensazione è che vi sia un deficit diffuso di maturità politica che ci riguarda tutti, l’incapacità o la non volontà di preservare il significato profondo di questa giornata da qualsiasi strumentalizzazione, da qualsiasi parte essa provenga».

