Dispacci retakers

Pubblicato il 28 ottobre 2014 | da Saba Camilletti

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Retakers: accordi e disaccordi tutti da discutere

Abbiamo proposto a Marco Cremaschi alcuni spunti di riflessione sui temi del degrado urbano, delle priorità dello spazio pubblico e sull'equazione legalità-civiltà. Tutte questioni 'lasciate in bianco' dai Retakers.

«Retake Roma è un movimento no profit che mira a ripulire Roma dal vandalismo di scritte sui muri, adesivi e sporcizia che devastano la città eterna». Si racconta così, sul suo sito, questo gruppo di attivismo metropolitano che, negli ultimi mesi, ha sollevato non poche perplessità circa il suo operare indiscriminato e la sua ideologia oltranzista.

A chi vuol capire meglio chi sono e come la pensano è dato sapere che devono la propria «nascita alla cooperazione di cittadini americani ed italiani ed anche per questo è un movimento bilingue». La presentazione continua in effetti con altri 12 paragrafi solamente in lingua inglese, mentre si torna bilingue nella pagina Clean up dove la  Guida del Retaker, punto sei, esorta così: «mentre passeggiamo, possiamo facilmente rimuovere gli adesivi (tutti abusivi!) da pali della luce, centraline, fermate dell’autobus […] Per levare gli adesivi e lo scotch che spesso viene usato per attaccare questi cartellini, è utile avere un piccolo coltellino».

In una pagina dedicata ospitano il blog  Riprendiamoci Roma, il cui intento dichiarato «è quello di portare la protesta antidegrado nelle piazze, nelle strade, tra la gente». Stavolta non c’è una guida, ma un vero e proprio Decalogo Antidegrado, dove, tra i dieci comandamenti, spicca in seconda posizione «Chi degrada, deturpa, offende Roma, non è degno di vivere a Roma».

Secondo un recente articolo di Inside Art, ad esempio, tanta efficienza ri-pulitrice potrebbe non riflettere a sufficienza sul valore della Streer Art. Fugando ogni dubbio, la fondatrice di Retake Roma, Rebecca Spitzmiller risponde «Se una cosa è illegale è vandalismo. Io non faccio giudizi di valore. Se Banksy facesse un’opera sul muro di casa mia la rimuoverei per venderla e userei i soldi per ripulire le strade».

A interessare in questa sede sono però, prima ancora della disquisizione sul ‘cosa è arte‘, le tre grandi certezze, quasi pilastri di un sillogismo, dei Retakers: a Roma c’è degrado, tutto ciò che è illegale si rimuove, tutto ciò che è illegale è degrado e va rimosso.
Non ci si chiede affatto, e gradiremmo invece partire proprio da questo tema, che cos’è degradante in una città? Inoltre il non fare giudizi di valore ci sembra un passaggio un tantino troppo rapido su cui invece varrebbe la pena riflettere. Per non parlare dell’equazione legale-legittimo, illegale-illegittimo.

Con questi spunti siamo andati a far visita a Marco Cremaschi, professore presso il dipartimento di Architettura di Roma Tre e presidente di Planum, che spesso è intervenuto su questi temi.

Professor Cremaschi, hanno ragione i cittadini romani ad aspettarsi ordine e pulizia?
I cittadini hanno ragione a pretendere il rispetto delle regole da parte di tutti. Nella convivenza, come nella politica, bisogna mettersi d’accordo. E tutti gli esempi di ‘contratto’ che mi vengono in mente si reggono sul principio di valere per tutti. Se siamo tutti d’accordo che parcheggiare in doppia fila è scorretto, nessuno deve farlo. Se lo fa uno lo fanno in due, e così l’ordine stabilito non dura.

All’accusa di occuparsi di un aspetto marginale del degrado i Retakers rispondono «Ognuno deve fare quello che può fare, io non sono un medico e non posso salvare vite umane. […] Però posso uscire di casa e fare la mia parte per creare un posto migliore in cui vivere per tutti». Si sostiene qui che un posto con i muri puliti è, per dato di fatto, un posto migliore per tutti. Non si tiene conto che nella metropoli contemporanea, e a Roma particolarmente, i conflitti sociali sono esplosi e irrisolti. Gli spazi per la cultura e l’arte sono negati e si combatte letteralmente per il diritto ad avere una casa, un lavoro, un reddito.
Non è il caso di chiedersi se il decoro urbano tout-court, che si attiva per ripulire i messaggi indipendentemente dal loro contenuto, sia una forma di censura che semplicemente nasconde ciò che è degradante, ma non lo cura affatto?
Si. La questione su cosa sia il degrado è complessa. Ma prima ancora bisogna chiedersi ‘su cosa si può regolamentare?’ Questa domanda si trova a monte della questione sugli accordi. Si potrebbe per esempio osservare che i muri della città contemporanea sono uno spazio non del tutto regolamentabile. Certamente c’è chi scrive proprio dove ‘non si può’ perché quello è il suo modo di manifestarsi. In forma antagonista, come scelta di principio.

Cioè, ci sarebbero ambiti che non possono essere regolamentati, che non ha senso articolare secondo l’asse legale/illegale?
Precisamente. Per esempio, si può pensare a scritte ed affissioni come a una lingua. A nessuno verrebbe in mente di dire ‘non ti puoi esprimere usando le parole in una forma illegale’. Ognuno parla usando le parole come crede, inventando neologismi, invertendo significato e significante, giocando, insultando, parlando in dialetto o al contrario.

Certo, la polizia del linguaggio, della morale, ha sempre un sapore orwelliano, non è vero?
Vero, e bisogna starci attenti. Un altro esempio pertinente è la musica, che si basa certamente sul rapporto suoni-rumore. Non è possibile stabilire una regola di cosa ‘non si può’ fare con le note. In questo senso la questione sulla comunicazione urbana è ancora tutta da affrontare e non spetta certo ad un gruppo di cittadini stabilire se e come va regolamentata.

Quindi, la legalità non è sinonimo di civiltà?
Assolutamente, è un presupposto ma non basta. A questo proposito per esempio torna molto utile riflettere su una, tra le tante definizioni, di spazio pubblico. Nello spazio pubblico prioritariamente ‘si circola e si comunica’. La legalità è fondamentale, ma il punto è proteggere, rendere massima la comunicazione e la circolazione. Questo ci dà una scala di priorità. Ecco quindi che regolamentare il parcheggio, punendo la seconda fila, garantisce la circolazione a tutti; prendersela con chi scrive sui muri, che pur migliora il decoro, penalizza invece la comunicazione.

Sarebbe quindi possibile definire anche su Roma una scala di priorità?
Certamente. Ma su Roma in particolare poi ho una mia visione personale. Poiché per ricerca seguo molto da vicino le vicende del sud dell’Europa rispetto al sud del mondo e sono convinto che quest’ultimo rappresenti il futuro dell’umanità. E Roma, nella sua caotica disorganicità, assomiglia molto di più a Buenos Aires che a Parigi. In questo senso dal mio punto di vista è avanti e, alla fine, potrebbe trovarsi avvantaggiata.

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Autore

Scrivo su Core dal primo numero, febbraio 2009, seguendo i temi a me più cari: ambiente, sostenibilità, percorsi dal basso. Sono laureata in Architettura con una tesi in politiche urbane sulla co-gestione degli spazi pubblici ed ho un master in 'Design della Smart Cities'. Mi occupo di design di arredi con materiali naturali, co-design e design di servizi sostenibili. Alla ricerca di uno stile di vita più sano, insieme con la mia famiglia abbiamo avviato Biozen, un'azienda biologica dove, oltre a coltivare, si sperimentano attività e pratiche di architettura naturale. Da grande, tra le altre cose, vorrei fare l'architetto per bambini. Sono convinta che aiutarli ad organizzare con rispetto ed attenzione il proprio mondo fin da piccoli sia un ottimo modo per renderli adulti felici. E ne abbiamo bisogno.



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