Da predatori a giardinieri
La decrescita felice: un’idea nuova, ma sarà quella giusta? Riflessioni intorno a un modello equo e sostenibile delle relazioni umane
Il fatto che l’ambiente sia sovrasfruttato ormai non stupisce nessuno.
Da quando, a un certo punto della sua evoluzione, l’uomo ha iniziato a dare un valore monetario alle risorse presenti nell’ambiente il suo ruolo nell’ecosistema è cambiato: da semplice livello intermedio nella catena alimentare si è imposto come predatore.
I problemi derivanti da un “banchetto” andato oltre ogni misura sono già tangibili e il dibattito è fortemente incentrato sul comprendere come cambiare rotta, prima che sia troppo tardi.
Uno dei movimenti che propone un modello di radicale cambiamento è quello della decrescita felice.
La decrescita si configura come una corrente di pensiero che investe principalmente tre sfere : politica, economica e sociale.
Alla base della teoria c’è l’idea che esista una relazione inversa tra incremento del PIL e qualità della vita, e che l’assenza di limiti alla crescita porti necessariamente l’uomo a confrontarsi con un mondo biologicamente finito.
L’obiettivo finale è quello di indurre una riduzione della produzione economica e dei consumi per raggiungere un equilibrio tra uomo e natura, evidentemente perduto alcune centinaia di anni fa, e di un equo accesso alle risorse per tutti gli esseri umani.
Serge Latouche, uno dei principali ispiratori del movimento, scriveva nel 2011 affermando che la crisi economica “ ci offre l’opportunità di costruire una società ecosocialista più giusta e più democratica, una società di abbondanza frugale, fondata sull’autolimitazione dei bisogni.”
L’offerta del movimento è quindi un mondo in cui l’autoproduzione regna sovrana, il sistema produttivo viene sostanzialmente abbattuto e il consumatore, che in questo coincide quasi per intero con il produttore, non è più soltanto un individuo razionale ma è anche in grado di chiedersi costantemente: “ Ne ho bisogno? Posso farne a meno? Posso ridurre l’impatto ambientale della mia scelta?”.
In una società della decrescita non ci sarebbe, inoltre, alcun vantaggio ad assumere comportamenti competitivi né ad avere fame di guadagno, anzi verrebbe incentivato il dono e la psicologia umana cambierebbe bruscamente direzione rispetto allo stato attuale delle cose.
Insomma da predatore l’uomo diventerebbe un accorto giardiniere.
Purtroppo un modello di questo tipo potrebbe funzionare in una società costruita da zero, non certo come soluzione immediata per il sistema attuale. La pretesa di questo scenario non sembra ragionevole perché il problema più urgente è far transitare un modello che fagocita risorse verso un paradigma sostenibile attraverso l’uso di politiche integrate e delicati negoziati in modo da coinvolgere direttamente ogni Stato. E per investire nella ricerca per le fonti di energia rinnovabili, per la conversione degli impianti e per la tutela ambientale, per citare solo alcune delle operazioni necessarie, una decrescita in termini di PIL sarebbe controproducente. E’ stata inoltre ipotizzata una relazione a forma di U rovesciata tra il degrado ambientale e il reddito pro capite, quindi una diminuzione dello stesso porterebbe alla riduzione delle azioni in favore delle tematiche ambientali.
Certamente l’obiettivo a cui tendere deve essere un nuovo paradigma che distolga lo sguardo dalla sola crescita ma che consideri allo stesso modo tutte le altre dimensioni in direzione di un modello equo e sostenibile, ma ribaltare la prospettiva della crescita sembra una soluzione ingenua.
Tuttavia, grazie a delle basi teoriche piuttosto ampie e dettagliate, la decrescita felice favorisce quelle buone pratiche che a livello individuale e di piccole comunità possono fare la differenza.
Il movimento italiano promuove infatti uno stile di vita fondato sulla riduzione degli sprechi di ciascuno individuo e sulla sostenibilità sia ecologica che sociale, ma anche orientato alla valorizzazione delle relazioni umane. Si incoraggia quindi l’attenzione all’altro e l’autoproduzione, la rinuncia al superfluo e lo scambio gratuito, quindi il dono e la reciprocità.
Al di là quindi del percorso economico non particolarmente condivisibile sia in termini di obiettivi che di strumenti, il movimento della decrescita felice crea contagio di buone e nuove idee e sperimenta quanto i singoli cittadini siano disposti a cambiare le loro vite per avvicinarsi, ciascuno nella propria quotidianità ad uno stile di vita sostenibile.

