Teatro e carcere: l’arte come veicolo di integrazione
Domani, 23 maggio, si terrà presso il DAMS dell'Università Roma Tre l’incontro "Teatro in carcere nel Lazio. Il punto di vista dell’Amministrazione penitenziaria”, il primo dei tre appuntamenti che la terza università di Roma dedicherà al tema dei laboratori teatrali attivi nelle carceri italiane
Sono passati quasi due anni da quando il film “Cesare deve morire” ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino. La pellicola dei fratelli Taviani, che racconta la genesi dello spettacolo teatrale del Giulio Cesare messo in scena dai detenuti dell’alta sicurezza del carcere di Rebibbia, ha acceso i riflettori su un fenomeno sempre più presente: l’esistenza di laboratori teatrali di eccellenza all’interno delle carceri italiane.
Si è infatti radicata una forte tradizione in tal senso, della quale fanno parte anche realtà eccellenti come la “Compagnia della Fortezza” fondata da Armando Punzo nel’istituto di Volterra che, con lo spettacolo “Hamlice” ha vinto il premio Ubu, massimo riconoscimento teatrale italiano.
L’incontro “Teatro in carcere nel Lazio” che si terrà domani pomeriggio (15:00 – 18:30) presso l’aula B3 del DAMS si propone di raccontare questa realtà: il palcoscenico non è solo un’esperienza artistica, ma anche e soprattutto un veicolo di integrazione e di superamento delle barriere culturali, un atto sociale in cui la realtà esterna ha un ruolo fondamentale.
Si tratta del primo dei tre incontri sulle esperienze teatrali in carcere a cui parteciperanno numerosi esponenti dell’amministrazione penitenziaria tra cui Mauro Mariani – Direttore di Regina Coeli e della Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso – e Maria Claudia Di Paolo, Provveditora dell’amministrazione per la Regione Lazio.
Con l’organizzazione di questa iniziativa Roma Tre dimostra di voler partecipare al processo di integrazione tra mondo ristretto e società civile. Processo di integrazione che sembra oggi inscindibilmente legato all’esperienza teatrale perchè, come disse il regista argentino del Teatro Nucleo di Ferrara, Horacio Czertok «nella situazione ristretta il teatro si carica di nuovi significati: i detenuti da sorvegliati e osservati diventano osservatori, hanno la possibilità di raccontarsi all’altro, all’esterno, alle guardie, alla società, creando una comunicazione che è la base stessa del teatro e dell’integrazione».

