Emergenza cultura, i beni comuni richiedono impegni comuni
La manifestazione del 7 maggio, Emergenza Cultura, ha aperto un percorso volto alla difesa dei Beni Culturali, in opposizione alla riforma Franceschini
Il 7 maggio alle ore 11 in Piazza della Repubblica a Roma, poche ore prima del corteo contro i TTIP, si è svolta un’altra importante manifestazione. Il titolo dell’iniziativa è Emergenza Cultura, perché di emergenza si tratta.
Un coordinamento spontaneo ha riunito 24 organizzazioni di vario tipo, 94 associazioni culturali di diverse provenienze e 9 movimenti politici preoccupati per il futuro del nostro paese.
In pericolo è l’articolo 9 della Costituzione: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. I carnefici sono il Governo Renzi e la Riforma Franceschini.
Promuovere e tutelare sono i verbi, le azioni necessarie, scelte dai padri costituenti; un unico vocabolo si presenta invece come fil rouge dell’ormai dichiarato percorso portato avanti dal governo attuale: monetizzare.
La ricerca è in pericolo, per i pochi finanziamenti e perché il sapere tecnico è visto oggi come un ostacolo allo sviluppo. Quest’ultimo viene infatti inteso unicamente nella sua declinazione economica, dimenticando, come ricorda Tomaso Montanari (organizzatore della manifestazione, www.emergenzacultura.org), che lo sviluppo al quale bisogna far riferimento è quello della persona umana, come riportato nell’articolo 3 della Costituzione. Cultura vuol dire dare strumenti di sovranità ai cittadini.
La divisione, che il governo avalla e accelera, tra il concetto di tutela e valorizzazione del patrimonio, in particolar modo quando a quest’ultima viene data la maggiore (e di gran lunga) importanza, è una chiara dichiarazione di incompetente voracità. Tutela vuol dire salvaguardia del bene artistico e paesaggistico, valorizzazione significa rendere fruttifero quel bene, nel suo rapporto quindi con il fruitore (in questo caso inteso come mero consumatore). L’impasse è chiaro. Come si può valorizzare qualcosa che non viene salvaguardata?
Il sapere tecnico quindi viene espulso dai ranghi del ministero. La legge Madia, che va a completare questo panorama apocalittico, prevede la sottomissione delle Soprintendenze (organo tecnico-scientifico) ai Prefetti (organo esecutivo, quindi strettamente legato alla politica); questi ultimi potranno quindi decidere senza controlli, indebolendo chiaramente le funzioni di tutela sul territorio.
Le Soprintendenze di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, custodi anch’esse della tutela, vengono accorpate in un’unica Direzione Generale che coordinerà l’intero territorio nazionale. La scusa è quella di eliminare la burocrazia, l’intento è quello di smontare la tutela pubblica.
Non basta. Lo Sblocca Italia che prevede il silenzio-assenso mette a rischio il paesaggio: se in 90 giorni le Soprintendenze (oberate da molte pratiche e con poco personale) non riusciranno a dare risposta alle varie richieste tutto sarà consentito, lasciando il via libera ad una sicura speculazione che agevolerà soprattutto le grandi opere (cfr. l’inutile ponte nello stretto).
In ambito museale vengono di fatto finanziate solo alcune “eccellenze”, i cosiddetti super musei, controllati direttamente dalla politica. Questi godranno di totale autonomia e avranno come unico scopo quello del guadagno economico. I membri dei consigli scientifici sono nominati dagli enti locali. Un unico ma eloquente esempio già osservato: il nuovo direttore della Reggia di Caserta, tra i 20 Super Direttori scelti per i nostri musei migliori, laureato in marketing, ha proposto di far nuotare la campionessa olimpionica Pellegrini nelle vasche reali della Reggia.
Quindi, si al Colosseo con tanto di arena; e così via. Il risultato è il totale oblio di quella che è la vera ricchezza (e in questo caso di ricchezza si può a buon ragione parlare) del nostro paese: la densa e immensa diffusione territoriale del nostro patrimonio.
È purtroppo ben immaginabile in questo contesto la fine che faranno Archivi e Biblioteche, che di soldi ne fanno entrare bene pochi (e che già stanno scomparendo paurosamente).
L’iniziativa del 7 maggio ha riunito professionisti dei beni culturali, ricercatori, professori e studenti universitari con un intento comune. Ampia e quasi inaspettata è stata la partecipazione, considerando lo status solitamente isolato degli esperti del settore. Molto e molto di più si potrebbe e dovrebbe fare per riuscire ad aprire un serio e soprattutto considerato dibattito pubblico. I beni comuni richiedono impegni comuni.
L’intento è quello di “aprire un tavolo con le forze politiche per scrivere un disegno di legge organico sulla cultura come servizio pubblico essenziale e per formulare un progetto di riforma dei Beni Culturali radicalmente diverso da quello attuato da Renzi e Franceschini. Un percorso iniziato nei giorni scorsi in una serie di incontri alla Camera e al Senato”.
Sarebbe importante diffondere questa notizia, questo segnale di allarme, in modo che, non solo le parti coinvolte direttamente, ma tutti i cittadini che hanno a cuore le sorti del nostro paese possano avere la possibilità di impegnarsi per fermare un disegno meschino che sempre più risulta chiaro: la (s)vendita del nostro patrimonio artistico e paesaggistico.
Torniamo a tutelare la nostra terra, i nostri beni, la nostra storia e la nostra costituzione; il modo migliore e a volte l’unico di migliorare il nostro futuro.

