Contro la violenza di genere, meno decreti e più cultura del rispetto
A Roma Tre un appuntamento per riflettere su numeri, origini e rappresentazioni della violenza contro le donne. E sugli strumenti necessari a combatterla
Il diritto penale non basta. Potrebbe riassumersi così il contenuto dell’incontro “La violenza sessuale e la sua pena tra ultima giurisprudenza e narrazioni dominanti”, ospitato dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre lo scorso 20 settembre. Con la partecipazione di docenti e ricercatrici dell’ateneo e della presidente dell’associazione D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, l’avvocata Titti Carrano, si è tentato di ragionare sulle possibili risposte a una violenza di genere che non è più possibile liquidare come fenomeno episodico o marginale. 
Nonostante, infatti, i numeri degli omicidi e delle violenze sessuali contro le donne non siano significativamente mutati negli ultimi anni – come ricordato da Valentina Calderone, direttrice dell’associazione A Buon Diritto – media e politica continuano a parlare di “emergenza femminicidi”. Questo potrebbe sembrare un segnale positivo, specchio di rinnovata attenzione e maggiore consapevolezza: in realtà rischia di sminuirne la portata, derubricando al rango di eccezione le manifestazioni di un fenomeno radicato e strutturale. Allo stesso modo, per Calderone è pericoloso e controproducente lasciare che la «legittima riprovazione sociale che segue ai reati di violenza contro le donne» porti a disinteressarsi dell’autore del reato, limitandosi ad inasprire le pene (di solito attraverso il ricorso alla decretazione d’urgenza, come avvenuto con i numerosi “pacchetti sicurezza” poi dichiarati parzialmente illegittimi dalla Corte Costituzionale) quando, allo stesso tempo, si tagliano risorse ai centri antiviolenza che dovrebbero occuparsi di prevenzione e assistenza alle vittime sul territorio e che sempre più spesso sono costretti alla chiusura. Si parla anche di riabilitazione degli autori di violenza e del progetto S.O.F.T. attivo dal 2005 nel carcere milanese di Bollate, che attraverso il trattamento individualizzato fornito da un’équipe di psicologi e criminologi ha offerto risposte incoraggianti in termini di crollo della recidiva nei sex offenders (attestata in fase sperimentale al solo 2% dei casi, contro una statistica generale oltre dieci volte più elevata). Un’altra urgenza riguarda la formazione del personale – amministrativo, sanitario, di polizia – che si trovi ad entrare in contatto con donne che abbiano subìto violenza, troppo spesso impreparato quando non del tutto all’oscuro dei dispositivi che la legge prevede a tutela delle vittime.
Coerentemente, secondo Titti Carrano «in Italia stuprare o uccidere una donna è certamente considerato reato, ma la cultura dello stupro è ancora dominante». Con l’espressione rape culture (qui sintetizzata in 25 esempi) si indica il complesso sistema di condizionamenti sociali e culturali che legittimano, attraverso la perpetrazione di pregiudizi e stereotipi, gli episodi di stupro e di violenza sulle donne: lo stesso sistema che si alimenta – tanto dal lato dell’informazione quanto da quello del pubblico – delle morbosità sempre presenti intorno alle vittime, lampanti quando si allude a «come fossero vestite, se fossero ubriache, quali fossero i loro comportamenti sessuali e la loro storia personale». O quando «si consiglia alle ragazze di fare attenzione», rinunciando alla promozione di comportamenti corretti da parte degli uomini in cambio di una “prevenzione” che limita, ancora una volta, la libertà delle donne. Se la risposta dello Stato agli episodi di violenza non può escludere l’opzione penale, allora, è arrivato il momento di seguire anche altre strade, promuovendo modelli relazionali che al possesso e alla sopraffazione sostituiscano la parità e il rispetto.
Su questo occorre interrogarsi nell’Italia del “Fertility day”, goffa e arretrata campagna per la natalità lanciata dalla Ministra della Salute Lorenzin che ha sollevato beffe e proteste, espresse tanto sui social network quanto nelle piazze; perchè cambiare gli schemi della violenza significa anche rivendicare – dal momento che appare ancora necessario – libertà sul proprio corpo e sulle relative scelte sessuali e riproduttive. La libertà di interrompere (in sicurezza e gratuitamente) una gravidanza indesiderata; la libertà di avere dei figli sapendo che lo Stato garantirà i servizi – sanitari, scolastici, previdenziali – necessari per crescerli; di averne tardi o di non averne affatto, come libera scelta individuale o di coppia.
In chiusura dell’incontro è stata ricordata la manifestazione nazionale contro la violenza di genere indetta per il prossimo 26 novembre a Roma (in vista della quale si terrà un’assemblea pubblica l’8 ottobre all’Università Sapienza). Se le politiche in campo penale sono di competenza dello Stato, sui corpi l’ultima parola non può che spettare a chi li abita.

