Glocal Bruxelles

Pubblicato il 23 marzo 2016 | da Luigi della Sala

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Bruxelles, tre giorni di ordinaria (dis)integrazione

Tre giornate che hanno cambiato il volto dell’Europa viste da Luigi Della Sala, collaboratore di CORE residente a Bruxelles da diversi anni.
Tre date: il 21 novembre 2015, pochi giorni dopo le stragi di Parigi, Bruxelles si sveglia sotto assedio. Il 21 marzo 2016, primo giorno feriale successivo alla cattura nel quartiere brussellese di Molenbeek di Salah Abdeslam, ritenuto uno dei massimi organizzatori degli attacchi di Parigi. Il 22 marzo diversi attentati esplosivi, tra l’aeroporto di Zaventem e la metro cittadina, colpiscono la capitale belga.
Il resoconto delle reazioni ai colpi portati al cuore dell’Unione Europea dipinge una situazione estremamente fluida, in cui le sensazioni di chi vive le città colpite dal terrorismo passano dal disinteresse alla paura incontrollata. La quotidianità di una capitale indifferente alla guerra globale permanente, fino al momento in cui essa non si manifesta “sotto casa”. Fino a quando non si muore in metropolitana andando al lavoro.

Ore 09.47. Finalmente mi alzo, dopo che la sveglia avrà suonato dieci volte, e Ania mi dice che stavolta il caffé è pronto davvero. È sabato, stamattina si poteva, anzi si doveva dormire di più. È il 21 Novembre 2015, una settimana dopo gli attentati di Parigi. Ero andato a dormire con un misto di emozioni: la partita Belgio-Italia allo stadio e le informazioni sugli attentati. Ania mi aspetta in cucina con aria spaventata. Mi parla di lockdown, coprifuoco, città deserta… ansia incredibile, e non ho ancora bevuto il caffé.

Ore 11.13. Comincio a capirne di più. Il governo belga annuncia pericoli reali e imminenti a Bruxelles, in seguito agli attacchi a Parigi che hanno evidenziato il legame dei terroristi col quartiere brussellese di Molenbeek. Molenbeek, ancora tu. Il “Belgistan“ che ha legami con tutti i più grandi e letali attacchi terroristici degli ultimi decenni compiuti nel cosiddetto mondo occidentale. Mi fermo a pensare un attimo: come si passa dal lassismo e dall’inattività degli ultimi 20 anni al lockdown di oggi? Cosa si cela dietro alla seguente strategia: negare l’esistenza di un problema per decenni, per poi tentare di risolverlo applicando un coprifuoco totale in poche ore?

Ore 16.37. Niente, alla fine siamo dovuti tornare indietro. Eravamo usciti per una passeggiata nel quartiere Chatelain, ma quando siamo saliti sul tram Ania ha cominciato a pressarmi: perchè siamo usciti? Non era meglio rimanere a casa? Tra l’altro c’è brutto tempo e siamo su un tram che passa per Etterbeek, un quartiere orribile. Provo a calmarla, le dico che seppure la minaccia fosse reale non dovremmo darla vinta ai terroristi che vogliono proprio questo, un nostro cambio di vita quotidiana dettato dalla paura. Mi dice che è una risposta banale, e oggi non ha tutti i torti. Mentre il tram torna verso casa, rifletto che se si parlasse di Etterbeek piuttosto che di Molenbeek, non sarei poi cosi’ sorpreso. Per non parlare di Anderlecht, Scharbeek, Laeken, Jette, il centro… insomma, qui in ogni quartiere ci sono parti che non sembrano poi così sicure, cambia tutto in un angolo, a dire la verità. Mi chiedo quanto questi pensieri siano reali e quanto siano dettati dalle emozioni.

Ore 20.00. Abbiamo quasi finito di preparare la cena, due amici sono venuti a casa nostra. Hanno un bambino piccolo, è stato molto interessante lo scambio avuto con loro. Parliamo di paura e peso dei media, di quanto sia difficile trovare un equilibrio tra sicurezza e diritti. Concordiamo sull’inefficienza cronica delle forze di sicurezza del Belgio e su quanto questo Stato sia quasi “finto” e molto disfunzionale. E sembriamo indiavolarci quando parliamo del patologico lassismo della società belga, dove vige la dittatura del c’est pas grave (non è un problema), quasi come se non ci fosse bisogno di regole di convivenza da rispettare, e dove si pretende di vivere senza alcun elemento identitario, un collante che tenga uniti corpi e anime della città. Insomma, Bruxelles come non-città, capitale di un non-stato. Che poi, non sarà anche la ragione per cui vivere qui è unico e diverso dalle altre città d’Europa? Che la diversità in questa città è più digeribile, che per un ragazzo italiano come me avere una ragazza polacca qui sembra una cosa ovvia?

Ore 09.11. Scendo le scale della metro di Merode, è di nuovo lunedì. Come sempre il cielo sopra Bruxelles è di un grigio pallido e minaccioso, sembra quasi possa caderti sulla testa. Il 21 Marzo 2016 è, pero’, un lunedì diverso, o almeno così credo. Qualche giorno fa hanno catturato Salah Abdeslam, ritenuto uno dei massimi organizzatori degli attachi di Parigi, ed oggi è la prima occasione che ho per parlarne in ufficio. Sono curioso di sapere cosa se ne dirà. Mi tocca aspettare 4 minuti per la metro, un’eternità. Mi guardo intorno: è tutto sporchissimo, sembra non puliscano da mesi. L’odore è sempre orribile. Provo a pensare ad una città nella quale la metro si presenti cosi’ male. Non la trovo. Arriva la metro, ovviamente carica di persone. Mi faccio forza: mi toccano solo tre fermate, saranno 6-7 minuti, poi qualche minuto a piedi e ci sono.

09.22. Poso la borsa nel mio ufficio e mi dirigo impaziente verso quello del mio capo. È una belga di 55 anni, cresciuta un po’ in Germania, un po’ nelle Fiandre, un po’ in Vallonia. “Bonjour, ça va?” Mi risponde che va tutto benissimo come al solito. Vado subito al sodo: “Hai visto? Hanno catturato Salah”. “Salah chi?”, mi risponde. “Salah, uno degli attentatori di Parigi”, ribatto. Mi risponde con la fierezza che i valloni esprimono solo quando parlano dei francesi: “Ah certo, vero, avevo dimenticato, di nuovo a risolvere i problemi della Francia, tocca sempre a noi”. Rimango attonito, allibito. Sfodero tutta la mia diplomazia e savoir faire, mi fingo morbido: “Beh insomma, era francese solo di nazionalità ma aveva vissuto tutta la vita in Belgio”. Lei non fa una piega: “Dopo gli attacchi di Parigi è ora che i francesi si sveglino dal loro torpore, hanno problemi enormi che non vogliono vedere per via della loro grandeur…sempre cosi’ i francesi, con la loro solita puzza sotto il naso…”. Torno nel mio ufficio, sarà una lunga giornata.

17.47. Sono uscito prima oggi per tagliarmi i capelli. Ho prenotato in quel posto che mi sembrava supercool ad Ixelles. Entro e trovo tre ragazzini che avranno 18-20 anni massimo. Sul primo scommetterei sulla nascita in Vallonia, mentre gli altri due hanno i lineamenti chiaramente nord-africani, classica terza generazione marocchina di Bruxelles. Uno di questi due si avvicina e mi indica dove sedermi, sarà lui a tagliarmi i capelli. Mentre cominciamo, provo a quantificare quanto pagherei per guardare il mondo coi suoi occhi solo per un giorno, occhi che hanno più di 10 anni in meno di me. Interrompe lui i miei pensieri: “Di dove sei?” (meno male che non mi ha dato del lei, comincia a capitarmi troppo spesso ultimamente). “Sono italiano, e tu?”. Mi risponde senza alcuna esitazione: “Sono marocchino”. Continuo: “Bello il Marocco! E in quale parte del paese sei nato?”. “Sono nato qui a Bruxelles”. Lo sfido: “Beh, allora sei belga!”. Si ferma e mi guarda dritto negli occhi attraverso lo specchio che abbiamo di fronte a noi: “Non sono belga, i miei genitori sono entrambi marocchini, ed io mi sento marocchino al 100%”. Sorrido e provo a stemperare per approfondire: “Guarda io sono italiano, ma se continuo a vivere qui e faccio una famiglia, credo che sarà difficile per i miei figli considerarsi italiani al 100%. Sono sicuro, anzi spero, che loro si sentano addosso una parte italiana, ma poi si sentiranno quello che vogliono, l’importante è che rispettino i valori che gli insegnerò”. Lui accetta la sfida e rilancia: “Io ho abitato qui tutta la vita, in Marocco sono andato qualche volta in vacanza. Ma belga proprio no, questo paese non mi ha dato niente, nulla, se non la voglia di tornare alle mie vere origini, dove splende il sole e le persone sono tutte bellissime. Tu sei italiano e mi capisci, noi marocchini siamo come voi, non come questi qui che vengono a tagliarsi i capelli e non sanno neanche come tagliarli, come se a loro non importasse. L’altro giorno è venuta una ragazza che mi ha chiesto di tagliarle i capelli per un solo motivo: aveva avuto una bambina da poco e preferiva avere i capelli corti per una questione pratica. Una questione pratica… ti rendi conto? A parte che non capisco il nesso, ma poi come fai a tagliarti i capelli per una ragione pratica? È ridicolo, dimostra come non hai alcun senso del bello”. Finiamo a parlare di calcio, sole e mare, neanche fossimo connazionali. E dire che in parte lo siamo, noi due.

Ore 23.47. Non riesco a dormire. Sarà il ramen che ho mangiato con Ania stasera, forse. Non avevamo voglia di cucinare e siamo andati a mangiare in un ottimo ristorante giapponese non lontano da casa. Basta solo attraversare il parco del Cinquantenario, costruito per commemorare i 50 anni dell’indipendenza del Belgio. Dentro il parco si trova anche la più grande moschea di Bruxelles, costruita con fondi dell’Arabia Saudita tra il 1967 e il 1978. L’inaugurazione della moschea fu addirittura presenziata da Khaled ben Abdelaziz Al Saoud e da Re Baldovino, all’epoca regnanti dell’Arabia Saudita e del Belgio. Mi chiedo in quale altra città europea potrebbe avere sede la più grande moschea della città nel parco che commemora l’indipendenza del paese. Inoltre, non posso perdonarmi per non avere domandato al giovane barbiere marocchino per quale motivo non abbia ancora provato a tornare in Marocco, magari a fare la stessa cosa che fa qui o, perchè no, ad aprire lì una sua attività.

Ore 08.00. Suona la sveglia di nuovo, è martedì 22 Marzo 2016. Ho una bella giornata piena di meeting diversi oggi, meglio così, si sta attivi. Ania ha già preparato il caffé. Fa ancora strano pensare che nel frattempo è diventata mia moglie, visto che ci siamo sposati in comune proprio qui a Bruxelles, la “nostra città”. Ricordo per qualche secondo l’emozione forte che ho avuto quando ci trovavamo di fronte alla rappresentante comunale. La sensazione di gratitudine che ho provato verso quella città che ci ha aveva fatto incontrare e, alla fine, sposare.

Ore 09.09. Le porte della metro mi si chiudono in faccia, l’ho persa, mannaggia! Adesso mi tocca aspettare 4 lunghissimi minuti. Tutta colpa del regalo per il compleanno del mio capo che avevo dimenticato sul tavolo in salotto. Sono dovuto tornare a casa, perdendo 5 minuti vitali. Niente cambia nella metro Merode, stessa sporcizia e stesso odore insopportabile. C’è un omone grossissimo che cammina sulla banchina facendo avanti e indietro e intonando a squarciagola una canzone di cui ignoro l’esistenza. Nessuno sembra scandalizzarsi. Provo ad incrociare qualche sguardo per capire se c’è qualcuno che condivida la mia sorpresa. Senza successo. Nel frattempo, il pannello informativo indica la posizione della metro che ho perso, che si trova adesso a Maelbeek. Quasi impreco, dovrei essere li’ anche io. D’un tratto una voce ci informa che bisogna evacuare immediatamente la stazione, ordine della polizia. Ordinato panico. Usciamo tutti insieme. Mentre salgo le ultime scale, mi accorgo di aver perso anche l’autobus che poteva portarmi a lavoro. Decido di andare a piedi, se cammino veloce ci metto 20 minuti. La città mi sembra, comunque, diversa. C’è il sole, evento raro, più traffico del solito, e tante sirene in sottofondo, che non si capisce mai se sono ambulanze o polizia. Squilla il telefono, è Ania: “c’è stato un attentato all’aeroporto di Zaventem, stai attento!”. Controllo sul mio smartphone, sgomento. Interpreto l’evacuazione della metro di qualche minuto prima come mossa per evitare attacchi terroristici. Nel frattempo sono arrivato a Schuman, il cuore pulsante della eurocrazia. Panico, meno ordinato. La rotonda Schuman è completamente bloccata dalle macchine (e questa non è necessariamente una novità a quest’ora), anche questa metro sembra essere stata evacuata, c’è molta polizia in giro. Dopo 2 minuti di camminata, sono già quasi a Maelbeek e qui la scena cambia completamente: ingressi della metro bloccati dalla polizia, tantissime ambulanze, gente che aiuta persone chiaramente ferite, altri che giacciono per terra, sangue… tutto in un secondo, tutto in quaranta metri.

Ore 16.21. Sono riuscito a tornare a casa. A piedi, visto che hanno bloccato il trasporto pubblico. Tutti i meeting sono stati cancellati, visto che moltissime persone non sono neanche andate in ufficio. Ho mal di testa per accumulo di tensione e informazioni. Non riesco a togliermi dalla testa un articolo che avevo trovato tempo fa. Lo ritrovo e lo rileggo. Parla di come Bruxelles sia diventata una città divisa in 3 sub-città diverse: il mondo degli “expat”, il mio mondo in fondo, dove l’appartenenza è fondata sui meetings di lavoro; il mondo del barbiere marocchino, generazioni di famiglie e giovani che rifiutano l’idea di appartenenza che (non) propone l’indolente Belgio, ma che finiscono per dimenticare ciò che questo ha paese dato loro; il mondo della borghesia belga, una comunità che fatica a definirsi tale e che che non mi è dato di conoscere, se non per pochissimi scambi estemporanei avvenuti nel corso di 8 anni di permanenza a Bruxelles. Tre mondi che non si parlano, non si conoscono, ma che si giudicano, fortemente. Tre mondi che hanno paura finanche a visitare il terreno altrui, come se questa città si poggiasse su muri etnico-sociali invisibili ma invalicabili. È un fallimento sì individuale, che appartiene quindi a tutti coloro che abitano questa città, ma anche e soprattutto di comunità, le comunità musulmane (che non sono riuscite a trovare un equilibrio tra distaccamento più o meno forzato, più o meno voluto, dalla propria patria e integrazione in un paese si’ assente ma anche con tanti vantaggi relativi all’apertura alle diversità), la comunità expat (troppo autoreferenziale e troppo rinchiusa negli aperitivi di place Luxembourg) e la comunità belga (che sembra non preoccuparsi affatto dei destini della sua capitale, seguendo in questo un non-stato che sembra essere stanco di proporre una propria visione delle cose). Sta a tutti noi prendere coscienza dei diritti e doveri di tutte le comunità che rendono questa città unica, sempre diversa da tutte le altre.      

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