Scacco alla cultura: sparisce il teatro dalla Città dei Giovani
Ex Mercati Generali: addio all’Auditorium da 2.400 posti sede principale della cultura. Rischio di ricorso e blocco dei lavori.
“L’urbanistica a Roma è senz’altro oggetto di interesse sociale attivo, di pratiche collettive di studio e difesa del territorio da parte di comuni cittadini”, scrivevamo lo scorso numero.
Ma a voler approfondire, il merito non è della materia in sè, che anzi sembra non ricambiare.
Se le direttive Europee sanciscono l’obbligo di processi di informazione e partecipazione territoriali, a Roma il problema sembra addirittura un altro.
A prescindere dall’iter che segue la progettazione, partecipata o non che sia, la nostra città si compone sempre più di parti che poco hanno a che vedere con ciò che si era previsto.
Che il progetto sia in fase istruttoria, esecutivo o persino già in costruzione non c’è limite alle varianti: trasformazioni che rispetto ai progetti approvati sollevano quantomeno seri dubbi circa la loro legittimità.
È il caso dell’I-60, con i suoi appartamenti non ancora costruiti e già in vendita, nonostante si prepari il ricorso al TAR per presunte irregolarità; dell’ex Fiera di Roma, con lo spostamento del mix funzionale a favore di appartamenti di lusso (vedi scorso numero); ed ora anche della Città dei Giovani, sull’area degli ex Mercati Generali Ostiense, dove senza alcuna concertazione pubblica viene cambiato il progetto precedentemente approvato e scompare l’Auditorium da 2.400 posti.
Ma se l’urbanistica ha le sue regole, e Roma il suo Piano Regolatore Generale, è evidente che il problema è politico.
L’iter storico
Già nel 1999 si svolgeva il primo workshop partecipato per la riqualificazione dell’area Ostiense.
Dieci anni fa, nel 2002, i mercati generali si trasferivano e con la Giunta Veltroni nasceva l’idea della Città di Giovani.
Cinque anni dopo, la prima cantierizzazione dell’area per la realizzazione del progetto dell’olandese Rem Koolhaas che -così lo avevamo descritto su CORE dicembre 2010- ‘prevede un polo tecnologico e multiculturale, permeabile e attento alla storia (saranno mantenuti alcuni edifici dei mercati e verrà restaurata la struttura esterna) fondato su quattro destinazioni d’uso: 6% terziario (uffici e sale convention); cultura e tempo libero 40%, con la più grande mediateca d’Italia, un auditorium da 2.400 posti, il cinemamultisala da 1.300 posti e le ‘Terme Moderne’ con impianti per il fitness, lo sport e la piscina; ristorazione 19%, con la ‘Citta dei Sapori’; commerciale 35%, con 80.000 mq di negozi. Fondamentale l’integrazione tra superfici coperte e spazi all’aperto.’
Proprio nel 2010 e dopo due cambi di giunta, Alemanno palesava l’intenzione di riprendere i lavori salvo piccole modifiche: “Apprendo dai giornali, poiché il Comune non ci ha mai comunicato le sue intenzioni, che si mantiene inalterato il progetto previsto tranne che per il centro anziani e l’asilo nido. Guarda caso salta fuori che verranno spostati altrove, e ovviamente non si specifica dove né perchè”. Così Andrea Catarci, Presidente del Municipio XI, poneva l’accento sulla rinuncia ai servizi a scala locale per puntare su funzioni più redditizie.
La variante
Il 16 marzo il Consiglio Comunale ha approvato con deliberazione n.68 la variante al progetto che prevede un allargamento del perimetro assegnato ai privati.
Scompare la Sala Polifunzionale per circa 2.400 posti destinata a diventare il secondo Auditorium romano e viene svincolato anche il fabbricato «E», originariamente per uffici comunali, ed ora anch’esso destinato al commerciale.
Alemanno accoglie dunque la richiesta della società appaltatrice dei lavori, la ‘Sviluppo Centro Ostiense’ dei fratelli Toti, che imputa lo stallo dei lavori alla necessità di ulteriori incentivi economici. Il nostro giornale in tempi non sospetti, dicembre 2010, aveva già denunciato che “la Lamaro dei fratelli Toti sarà a capo della cordata che finanzierà l’opera in cambio della concessione per 60 anni, nonostante le recenti voci di bilancio in rosso e problemi di liquidità”.
Gravissimo secondo Andrea Catarci il silenzio che ha accompagnato l’atto: “E’ stato deciso di destinare questo spazio ad uffici attraverso una Conferenza dei servizi. Per quanto siano condivisibili i dubbi sui costi di gestione di questo edificio, a mio avviso, si poteva cercare una soluzione diversa, interpellando anche il municipio stesso o ridimensionando il teatro ma lasciandone in ogni caso la destinazione invariata”.
Con la variante, infatti, il terziario schizza al 26%, mentre gli spazi dedicati alla cultura scendono al 27%. Il che, oltre a snaturare l’idea iniziale di Koolhaas, crea secondo Catarci anche i presupposti per un ricorso “dal momento che gli altri soggetti che hanno partecipato al bando hanno presentato un progetto con un vincolo (39% di spazi dedicati alla cultura e 15% di uffici). Se così fosse, i lavori ritarderebbero ulteriormente: già ad oggi sarà difficile rispettare i tempi previsti entro il 2014”.

