Povertà e assistenza medica nel Municipio VIII: il quadro secondo Medicina Solidale
I dati raccolti dall’associazione evidenziano l'aumento della percentuale di famiglie in difficoltà, sia straniere che italiane. Immigrati e senza fissa dimora i primi ad essere colpiti dai tagli alla sanità e dalla mancanza di integrazione. Domenica all’Osteria popolare l’Ardente una cena per sostenere il progetto
Da cinque anni a Tor Marancia l’Associazione Medicina Solidale si occupa di fornire assistenza medica alle famiglie che vivono in forte stato di disagio sociale. Una domenica al mese l’ambulatorio, ospitato nei locali della parrocchia Nostra Signora di Lourdes, visita più di 150 bambini che non possono accedere al medico di base monitorandone la crescita e lo stato di salute. A questo programma di screening nutrizionale viene affiancata anche la consegna di pacchi alimentari per le famiglie in difficoltà.
Abbiamo parlato con Giuliano Iacovone, uno dei responsabili dell’ambulatorio di Tor Marancia, della esperienza di Medicina Solidale e delle difficoltà, spesso nascoste, che nostro territorio vive ogni giorno.
Domani (domenica, ndr.) presso il CSOA La Strada si svolgerà una cena a sostegno delle attività dell’ambulatorio, è possibile prenotarsi qui.
Il servizio è rivolto a chi è in stato di povertà e disagio sociale. Ma qual è la composizione sociale dei destinatari? Quale quadro emerge dai vostri dati sul nostro territorio?
Cinque anni fa quando abbiamo iniziato il 98% erano immigrati e rom. Negli anni la percentuale degli italiani è andata aumentando, per attestarsi attualmente al 9,2% secondo gli ultimi dati estratti. Sono per lo più famiglie con difficoltà lavorative e che vivono uno stato di fragilità sociale, per le quali anche quel piccolo aiuto che deriva dal pacco alimentare può essere utile. La componente di immigrati resta maggioritaria ed è la più problematica. Molti sono regolari e hanno il codice fiscale, ma non avendo più un lavoro o lavorando in nero questo non è più valido, oppure non avendo una residenza non possono iscriversi al medico di base. Sono famiglie giovani tra i 30 e i 40 anni, con un alto tasso di natalità che si aggira tra il 2 e 2,5 bambini a famiglia. Quasi tutti vivono in uno stato di precarietà abitativa, o perché vivono nelle occupazioni o perché senza fissa dimora.
Fin dall’apertura del centro raccogliamo i dati in un database online in cui inseriamo dati non solo clinici ma anche sociali come il lavoro, la residenza, la comunità di riferimento. In questo territorio la situazione è disastrosa ma da un altro verso positiva. Le difficoltà sono enormi ma c’è stata una presa in carico, se non da parte delle istituzioni, da parte di altre associazioni di volontariato e altre realtà. Solo in questo territorio ci sono tre delle più grandi occupazioni abitative di Roma come Casale de Merode e Porto Fluviale. Da più di un anno però abbiamo utenti da tutta Roma.
Nella quotidianità delle visite vi è capitato di affrontare qualche caso più emblematico di situazioni di difficoltà estrema? A quali problematiche sono ascrivibili?
Spesso troviamo situazioni di particolare gravità. A partire da persone che vivono nelle baracche lungo il Tevere, senza acqua né elettricità, fino ad arrivare a diagnosticare un caso di tubercolosi laringea qualche anno fa, che è una delle forme più contagiose di tubercolosi. Abbiamo inoltre diversi profughi di guerra. Tanti bambini giungono dai loro paesi di origine con lesioni a causa dei lunghi viaggi che hanno dovuto affrontare senza poter essere lavati e curati.
In Italia la sanità dovrebbe essere garantita per tutti. Come siamo arrivati ad avere bisogno di un servizio come il vostro? Cosa succede alla sanità italiana?
La sanità è oggi in grave difficoltà. La chiusura dei posti letto e il sovraffollamento dei pronti soccorsi generano un enorme disagio, soprattutto nel Lazio e nel Sud Italia. Si taglia sempre sui servizi di base e quindi su quelli rivolti a chi ha più bisogno. Chi ha più difficoltà è colui che soffre di più dei tagli. I primi ad essere colpiti sono quindi gli immigrati, che sono coloro che più spesso si recano nei pronti soccorsi. A causa della loro scarsa integrazione e delle loro difficoltà di accesso alle cure spesso infatti attendono prima di rivolgersi ad un medico, rischiando l’aggravarsi delle patologie.
Tuttavia la differenza tra chi è italiano e chi non lo è si sta via via assottigliando. La crisi è come una grande pialla, rende tutti più simili. Smantellando alcuni servizi e privandone chi ne ha bisogno, un giorno rischio che possa servire anche a me, ed è quello che oggi è successo.
Perché c’è bisogno di associazioni come la vostra?
Senza associazioni che supportano il diritto alla salute si va al collasso. Sempre più italiani accedono a questi servizi. Anche grandi onlus come Emergency e Medici Senza Frontiere hanno denunciato la mancanza di welfare in questo paese. La malattia è in realtà una malattia sociale: laddove manca il lavoro, laddove mancano i servizi, laddove manca l’assistenza dello Stato vi è più facilità di sviluppare patologie tipiche della povertà e che derivano da un’assenza di benessere. Le associazioni servono per favorire un processo di integrazione e fungere da garanti di un diritto che è sempre di più sulla carta e sempre meno attuato.
Ampliate il vostro agire anche nel sociale oltre che nel medico. Quanto è importante per voi costruire una rete di associazioni e realtà che si occupino della tutela della persona e quali sarebbero le sue potenzialità?
È fondamentale, e siamo ancora agli inizi. L’OMS definisce la salute non solo come assenza di malattia ma come uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Il che vuol dire che oltre la componente fisica ce ne sono altre due che spesso non vengono considerate dal punto di vista medico. Una persona che non ha lavoro, che non è integrata e vive al margine della società è come una persona che ha la polmonite. È la stessa cosa, non ha salute. La parte sociale e la capacità di fare rete sono essenziali per garantire lo stato di salute e spesso più importanti della stessa parte medica. Le persone integrate generalmente sono più orientate, accedono ai servizi in maniera migliore e quindi si curano. Quello che noi vediamo è solo l’effetto della mancanza di tutto questo.

