Resistenze

Pubblicato il 30 giugno 2013 | da Irene Salvi

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Fine pena mai?

Alla Casetta Rossa un incontro con i promotori della campagna “Liberi dall’ergastolo“ per discutere sul carcere a vita, 41 bis e diritti umani

99/99/9999, una data impossibile. È quella scritta sulla scheda dei detenuti condannati all’ergastolo, perché i computer delle prigioni hanno bisogno di inserire una data alla voce “fine pena”, e non sanno come catalogare chi la fine non la vedrà mai: una «aberrazione da archivisti», la definisce la blogger Valentina Perniciaro di Baruda.net, una delle voci della campagna “Liberi dall’ergastolo“ insieme a Nicola Valentino, all’avvocatessa Caterina Calia e a Paolo Persichetti  (insorgenze.wordpress.com).

Il progetto, che vuole sensibilizzare la collettività sulla realtà del carcere a vita, nell’ottica della sua definitiva eliminazione dal sistema penale, nasce dall’iniziativa “Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo”. Il 22 giugno, in occasione della giornata mondiale contro la tortura, per il terzo anno consecutivo il gruppo si è imbarcato verso la piccola isola di Porto S.Stefano, a Ventotene. Lì, annesso al vecchio carcere borbonico (attivo fino al 1965), si trova un luogo di cui pochissimi hanno sentito parlare: il cimitero degli ergastolani, un fazzoletto di terra che ospita 47 tombe di uomini senza nome. Fino a pochi anni fa, era completamente abbandonato: oggi, grazie a un immane lavoro di ricerca sugli archivi storici dell’istituto penitenziario, i volontari sono riusciti a restituire un’identità a quasi tutti i corpi, e ad assegnare a ciascuna tomba una targhetta con il nome.

In Italia, attualmente, esistono 1327 persone condannate all’ergastolo. Oltre mille di loro scontano un ergastolo ostativo, ovvero non possono accedere ai benefici previsti per altri detenuti – in particolare alla liberazione anticipata, che costituisce l’unico orizzonte di speranza possibile per un ergastolano. Questo significa che per loro l’unico modo di uscire dalle mura del carcere è la morte; così non stupisce neanche che gli ergastolani siano la categoria di detenuti con il più alto tasso di autolesionismo e suicidi, particolarmente tra coloro che scontano tale pena secondo il regime del 41 bis, il carcere duro in totale isolamento dall’esterno pensato per combattere mafia e terrorismo negli anni ’90 e ormai al di fuori da ogni standard costituzionale e umanitario.

Per questo, e perché si dichiarano convinti che «l’ergastolo sia una prigione anche per chi non vi è recluso», i volontari di “Liberi dall’ergastolo“ continuano a portare fiori tra le croci di Porto S.Stefano. Tra queste, grazie alla mappatura ormai quasi completa, hanno potuto individuare la tomba di un anarchico, recluso nel carcere isolano dopo aver assassinato Umberto I di Savoia e lì morto poco dopo in circostanze mai chiarite, il 22 maggio del 1901. Più di un secolo dopo, sulla croce di ferro piantata nella terra non troppo ferma di quell’isola con le sbarre, c’è finalmente un nome: Gaetano Bresci.

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